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UNA MERIDIANA ASTRALE IN PIAZZA PIO II

L'ombra ripresa dalla torre di Palazzo Comunale  (Ore 13:20 del 1 aprile 2001)
L’ombra ripresa dalla torre di Palazzo Comunale (Ore 13:20 del 1 aprile 2001)

Quando il 29 agosto 1462 papa Pio II inaugurava la Chiesa di S. Maria Assunta, meglio nota come Duomo di Pienza, i numerosi intervenuti poterono assistere al fenomeno dell’ombra circoscritta sulla piazza.

L’evento, riscontrabile solo due volte l’anno, consiste in una particolare proiezione della facciata del Duomo sulla piazza antistante; la sua ombra infatti, colma completamente i nove riquadri della pavimentazione. Il fenomeno scoperto dall’architetto Jan Pieper aggiunge un nuovo valore all’edificio ecclesiastico che può essere considerato una gigantesca meridiana; nessun altro complesso monumentale presenta caratteristiche analoghe.
Dettagli architettonici e asserzioni del papa committente (cfr. Commentarii, IX, 24) portano a ritenere che proprio il fenomeno dell’ombra abbia determinato l’insolito orientamento della chiesa con il coro rivolto a sud piuttosto che ad oriente.
Con questo gigantesco orologio solare il papa desiderava richiamare alla memoria dei fedeli concetti quali la caducità della vita terrena, la fugacità del tempo, il rinnovarsi ciclico dell’esistenza. Il messaggio era chiaro: alla “luce” della chiesa, simboleggiata dall’apertura circolare (occhio) presente in facciata, veniva contrapposto l’anello di pietra inserito nella pavimentazione della piazza. Reso buio dall’ombra, il cosiddetto ombelico individuava dunque il male, le tenebre e l’oscuro inconscio. A sottolineare il rapporto tra i due elementi architettonici concorrono le loro misure; l’altezza dal centro del rosone alla base della facciata della chiesa è uguale alla distanza intercorrente tra la base considerata e il centro dell’anello lapideo. Uguale è anche il loro diametro.

L'ombra ripresa da un pallone frenato. E' visibile l'esatta riproduzione del fenomeno (10 settembre 1985 - Foto PIEPER)
L’ombra ripresa da un pallone frenato. E’ visibile l’esatta riproduzione del fenomeno (10 settembre 1985 – Foto PIEPER)

Ancora oggi è possibile osservare questo evento ma non nella stessa data a causa del mutamento del sistema calendaristico avvenuto nel 1582. Per comprendere la questione occorre far riferimento ad alcuni concetti base: l’anno solare, cioè il tempo che la Terra impiega per tornare nella stessa posizione rispetto al Sole è di 365 giorni, 5 ore, 48 minuti, 46 secondi dunque 365,2422 giorni.
Per le attività quotidiane necessita un anno civile, cioè un calendario costituito da un numero intero di giorni. Come recuperare allora gli 0, 2422 giorni?
Giulio Cesare fornì una risposta a questa domanda introducendo un calendario noto come calendario giuliano. Il valore dell’anno solare qui adottato però, era leggermente superiore al vero (11 minuti e 14 secondi) e la differenza con il passare dei secoli si fece sentire.
Nell’anno 1459 data in cui ebbe inizio la costruzione del Duomo, era stato accumulato un errore di circa 11 giorni e l’equinozio di primavera si ebbe in data 10 marzo anziché 21 marzo. Poiché in base all’equinozio primaverile era definita la data della Pasqua (prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera), l’errore causato dal calendario era giunto ad alterare la relazione esistente tra evento astronomico e avvenimento religioso. Necessitava dunque una riforma calendaristica; la più importante venne elaborata da Niccolò Cusano nel corso del XV secolo.
Sebbene Pio II, mosso da interesse scientifico, fosse propenso alla riforma, la decisione per l’adozione del nuovo calendario fu continuamente rimandata per motivi politico-religiosi.
Il fenomeno della proiezione dell’ombra del Duomo non fu quindi calcolato per avvenire il giorno del “vero” equinozio, ma per il “falso” (equinozio del calendario giuliano).
Nel 1582 papa Gregorio XIII adottò il calendario gregoriano tuttora impiegato; in seguito a questa riforma, l’ombra è oggi visibile a mezzogiorno del 1 aprile (ma va calcolata l’ora legale in più e alcuni minuti di sfasamento causato dagli oltre 500 anni trascorsi).
Il fenomeno si ripresenta quindi 10 – 11 giorni più tardi dell’equinozio primaverile e 10 – 11 giorni prima dell’equinozio autunnale (11 settembre di ogni anno).
Si possono fare osservazioni anche nei due giorni precedenti e successivi a queste date considerando però, che la sua lunghezza varia giornalmente di circa 15 centimetri.


 Il CALENDARIO GIULIANO

(oggi abrogato) Era il calendario solare formulato e adottato da Giulio Cesare nel 46 a.C. della durata di 365 giorni; egli introdusse un anno bisestile di 366 giorni, ogni quattro anni in modo che la durata media dell’anno civile coincidesse con l’anno solare. L’anno bisestile deve il suo nome al fatto che il giorno che veniva aggiunto era inserito dopo il 23 febbraio (nella denominazione latina il “sesto” giorno prima delle calende di marzo), divenendo così il “bisesto”.
L’ordine dei mesi e dei giorni della settimana previsto dal calendario giuliano rimane perlopiù tuttora valido.
Nel 44 a.C. Giulio Cesare diede il proprio nome al mese quintilis che divenne julius (luglio); il mese sextilis fu poi rinominato augustus (agosto) in onore del successore di Giulio Cesare, Augusto.

CALENDARIO GREGORIANO

Affinché le feste religiose potessero svolgersi correttamente occorreva riportare l’equinozio di primavera attorno al 21 marzo, come fissato nel 325 dal primo Concilio di Nicea. Nel 1582 papa Gregorio XIII istituì un nuovo calendario noto come calendario gregoriano.
Per eliminare l’errore accumulato vennero tolti per decreto, dieci giorni dal calendario stabilendo che il giorno successivo a venerdì 4 ottobre 1582 fosse sabato 15 ottobre. Per evitare un nuovo verificarsi dello stesso errore si definirono bisestili gli anni divisibili per quattro, ad eccezione di quelli centenari non multipli di 400. Così il 1600 fu un anno bisestile, ma il 1700 e il 1800 furono anni comuni.
Il calendario gregoriano fu gradatamente adottato in tutta Europa e oggi è diffuso nella maggior parte del mondo occidentale e in alcune parti dell’Asia. Fu introdotto in Inghilterra nel 1752, nell’ex Unione Sovietica nel 1918, e in Grecia nel 1923, anche se molti paesi affiliati alla Chiesa greca mantennero il calendario giuliano per la celebrazione delle feste religiose.


ARTICOLO A CURA DI ROSA MARIA TRENTADUE
Le notizie riportate nella presente trattazione sono state riassunte e semplificate per essere illustrate al pubblico. La completa ed esauriente trattazione è rintracciabile nel volume PIENZA – Il progetto di una visione umanistica del mondo – Jan Pieper -Edizione Italiana, 2000 – Edizioni Axel Menges, Stuttgart/London.

 

In collaborazione con www.portalepienza.it

QUANDO PIO II SCRIVEVA AL CONTE DRACULA

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Un ritratto di Vlad III

Il nome Dracula evoca in molti la figura leggendaria del Conte della Transilvania, famelico vampiro protagonista di tanti testi letterari e cinematografici. Uno stereotipo di personaggio dotato di poteri sovrannaturali, avido succhiatore di sangue, signore delle tenebre, timoroso solo della croce e… dell’aglio.
Tra i romanzi più famosi ispirati alla leggenda e allo stesso tempo ispiratori di altri lavori di fantasia ricordiamo il “Dracula” di Bram Stoker, scritto nel 1897, a cui fanno riferimento almeno un centinaio di film; tra i più famosi, quello di Francis Ford Coppola con Gary Oldman, Anthony Hopkins e Winona Ryder (Dracula – 1992) e quello di Neil Jordan con Tom Cruise e Brad Pitt (Intervista col Vampiro – 1994).
Ma forse non tutti sanno che il Conte “Dracula” è esistito veramente con il nome nobiliare di Vlad III; naque a Sighisoara nel 1431 e morì in battaglia nel 1476. Un guerriero colto e implacabile che compì, insieme alla sua dinastia, efferati delitti e stragi indicibili. Il nome Dracula deriva dal titolo Dracul che il padre Vald II si attribuì per la sua appartenenza all’ordine del Drago (draco in latino), ordine cavalleresco nato per difendere la cristianità dalle eresie.

E forse altrettanti non sanno che Papa Pio II ha avuto per lui,  nei suoi “Commentarii”,  motti di orrore e meraviglia, con un pizzico di inconscia ammirazione, forse per la sua implacabile lotta contro gli eserciti ottomani. Sappiamo che Pio II aveva molto a cuore le sorti dell’Europa che stava per essere invasa dai Turchi;dracula1 il papa pientino vedeva nel principe rumeno uno strenuo difensore della cristianità in quanto era uno dei pochi regnanti europei che lottava con tutte le proprie risorse contro le invasioni ottomane.
I tremendi metodi adottati per “dissuadere” i nemici e per tenerli lontani dalle sue terre valsero a Vald III l’appellativo di “impalatore” (tepes); faceva infilzare gli avversari catturati vivi, con lunghe pertiche piantate per terra, lasciandoli poi agonizzare alla vista dei compagni d’arme. La tecnica fu adottata anche nei confronti degli oppositori interni, dei popoli conquistati e di quanti provavano a contraddire la sua volontà.

commentariiPio II cita più volte il Conte Vlad III nei suoi commentari, descrivendone le vicende tragiche e le imprese leggendarie. Forse si sono anche incontrati, a Firenze. Di fatto, entrambi si prefiggevano lo stesso fine, sconfiggere Maometto II, anche a costo di trovare con un’accordo con lui.
          Pio II valutò in più riprese la possibilità di usare la potenza distruttiva di Dracula per piegare gli ottomani ed era affascinato dal lato poliglotta, colto e intraprendente del conte valacco, a suo modo un umanista poliedrico e profondo conoscitore della natura umana. Ma la distanza morale tra i due era abissale e Papa Piccolomini preferì accordarsi con Matteo Corvino d’Ungheria per controllare l’esplosiva situazione danubiana. A noi restano le pagine dei Commentarii, testimonianza diretta delle vicende storiche di un personaggio che fa ancora parlare di se.


Pio II e Dracula nella letteratura rumena.

diario_di_draculaTra gli scrittori che si sono occupati di Dracula e che hanno inquadrato in modo molto puntuale il rapporto tra quest’ultimo e Pio Il va segnalato il rumeno Marin Mincu, con il suo romanzo storico “Il Diario di Dracula” (Bompiani, 1992 – Prefazione di Cesare Segre, con uno scritto di Piero Bigongiari Copertina: Hieronymus Bosch, Giudizio finale (part.), Accademia, Vienna). Riportiamo il commento al volume ad opera di Bigongiari:
La vera storia del personaggio che ha dato origine alla leggenda nera del vampiro. Questo romanzo del rumeno Marin Mincu rievoca la figura storica di Dracula, il “voivoda” Vlad III, sanguinario e dispotico guerriero che Enea Silvio Piccolomini, papa Pio II, incoraggiò e ammirò nella speranza di farne il condottiero della lotta contro i Turchi. In un insolito affresco fra tardogotico e rinascimentale, sullo sfondo lo scontro fra Cristianità e Islam, Dracula in prima persona racconta le trame dinastiche di cui fu vittima e riflette sull’ambiguità del rapporto tra l’abietto e il sublime nell’azione. Imprigionato sotto il Danubio nella torre di Salomone, il principe valacco rivive i suoi più terribili misfatti, vagliando i documenti storici che hanno nutrito la sua fama sinistra, e «lo può fare, perché il Dracula di Mincu è, come lo fu veramente il “voivoda”, un uomo di cultura e un poliglotta, un umanista trascinato all’azione da un destino più subìto che voluto» (C. Segre). «È un libro dunque che si può persino definire edificante, nella riscrittura della degradazione e dell’orrore di fatti reputati come veridici?» (P. Bigongiari).

Per saperne di più vedi anche in FOLIO, la rivista storica on line della PANINI.

Tra gli ultimi testi usciti vedi Dracula, una storia vera, di Bianchi Vito,  Raffaello Cortina Editore, Milano, 2011

Articolo in collaborazione con www.portalepienza.it

IL DUOMO DI PIENZA CROLLA: SMONTIAMOLO

Tutti coloro che entrano nel Duomo di Pienza non mancheranno di notare un forte abbassamento del pavimento in prossimità dell’abside, la presenza di rinforzi delle arcate del transetto di sinistra e di crepe nelle pareti.

Duomo1Il grave problema di cedimento del terreno su cui poggiano le fondamenta del Duomo di Pienza ed il relativo abbassamento dell’abside di oltre un metro, venne alla luce già durante la cerimonia di inaugurazione, tanto che il Rossellino, alla richiesta di spiegazioni, dovette giustificare i segni di cedimento come “crepe dell’intonaco ancora fresco”. 
       Oggi il Duomo dopo oltre 550 anni, è ancora in piedi, grazie ad interventi che hanno tamponato la situazione ma che non l’hanno risolta; l’abside si abbassa ancora, molto lentamente ma inesorabilmente.

Purtroppo non si tratta di un problema strutturale (forse risolvibile con interventi sull’immobile)  ma è il terreno su cui poggiano le fondamenta a muoversi verso il basso, sia sotto il Duomo che lungo tutto il crinale sud-ovest di Pienza: il giardino pensile di Palazzo Piccolomini, alcune case limitrofe e l’intero quartiere di Gozzante sono sottoposti a movimenti e crepe dei muri portanti.
       Nei secoli, molti si sono occupati del consolidamento del Duomo ma, fra tutte le proposte e gli interventi eseguiti, quella forse più curiosa è stata quello dell’Ing. Socini del 1909. La proposta fu formulata  con un articolo nella “Rivista d’Arte” (Anno VI, n. 2 Marzo – Aprile 1909) nell’anno immediatamente precedente all’inizio degli imponenti lavori di sottofondazione diretti dall’Arch. Alfredo Barbacci. L’ing. Socini, nel suo intervento, suggerisce una soluzione drastica; smontare l’abside, ricostruire le fondamenta e rimontare il tutto con gli stessi materiali.
Il consiglio non fu seguito e si collocò  nel novero delle curiosità sul Duomo; nel 1911 iniziarono i primi lavori di sottofondazione che si protrassero fino al 1934. Altri lavori furono necessari agli inizi degli anni Sessanta.

Ecco il testo della proposta:

copertina“[…] Quali potrebbero essere i provvedimenti da adottarsi per evitare una prossima o lontana, ma prima o poi sicura rovina dell’artistico edificio? Molto se ne è parlato nel corso di più secoli, ma nessuna proposta sicura e completa è stata mai avanzata. Come ho già avuto occasione di accennare, più volte si e tentato di arrestare il lento progressivo movimento della parte absidale della chiesa, prima con una galleria fognante, poi con solido muro a sprone a retta della  parte scorrevole, e infine con l’imbrigliamento mercè  forti catene di ferro ; ma tutto ciò è risultato affatto efficace. […] In una lettura fatta all’Istituto Germanico di Storia dell’arte ebbi occasione di enunciare una proposta sulla questione del Duomo di Pienza.
Dopo aver costatato come sino ad ora non sia stato possibile escogitare un espediente tale da impedire lo sprofondamento e l’eventuale rovina della tribuna; e dopo avere ammesso, – cosa che io ritengo certa – la impossibilità di trovare un provvedimento che, pur lasciando l’edificio quale ora apparisce, dia assicurazione per il necessario e definitivo suo consolidamento, giustificando in pari tempo l’ingente spesa indispensabile; e data pure la conseguente previsione che in epoca più o meno lontana, per legge naturale, la parte absidale, oggi distaccata e calata oltre novanta centimetri, franasse nella sottostante valle; tenuto presente tuttociò, domandavo, cosa si farebbe allora ?

Si ricostruirebbe in più  solide fondamenta, come si fa per il Campanile di Venezia, perché di certo nessuno ammetterebbe che quel bell’esempio di architettura restasse allo stato di rudere o mutilato della parte sua più bella.
E allora perché non possiamo, anzi non dobbiamo, previdenti e solleciti, fare noi ciò che inevitabilmente farà la natura, e con evidenti maggiori danni a cagione di quell’incatenamento che si porterebbe dietro buona parte della Chiesa e forse anche il Campanile? Smontare e ricostruire integralmente con gli stessi pietrami e materiali quella parte dell’edificio per aver modo di costruire un piano stabile e compatto, ove poter piantare su solide fondamenta i pochi muri dell’abside,  è cosa facile e di sicuro esito, e nemmeno di una sproporzionata  e insostenibile spesa. Né deve sembrare strana e insostenibile la proposta, limitata alla ricostruzione di ben  piccola  parte di  un edificio che a tutti sta a  cuore, non solo per la sua  bellezza, ma per  l’interesse che ha per la storia  dell’architettura. Deve anzi sembrare ormai più che frustaneo, temerario, date le sopra descritte condizioni del suolo e dell’edificio, qualunque altro lavoro che si volesse tentare nelle viscere della terra. […] Con la proposta ricostruzione eseguita con gli stessi antichi materiali, si avrebbe poi anche il grande beneficio estetico di ritornare al pristino stato quella parte di edifizio, attualmente sformata nei suoi archi, nei suoi bellissimi e svelti piloni a fascio di colonne, nelle sue caratteristiche finestre bifore e trifore, e di correggere in pari tempo anche il deturpante dislivello  prodotto dall’abbassamento del terreno.
Certo è che l’opera rosselliniana non potrà restare ancora molto tempo nelle pericolose condizioni presenti; e perciò mi auguro che questo mio scritto, sia, se non  altro, incentivo a qualche positiva proposta atta alla conservazione dell’insigne monumento
.”
A. SOCINI

Attualmente il Duomo è costantemente monitorato con sensori elettronici che misurano gli scostamenti delle crepe delle pareti absidali e dei pavimenti; l’ultima proposta di consolidamento – avanzata da una ditta specializzata – prevederebbe l’inserimento di martinetti idraulici in tutto il perimetro esterno ed interno dell’abside per contrastare la discesa del terreno. Ad oggi non si hanno notizie di lavori programmati e finanziati.

(articolo realizzato in collaborazione con PortalePienza.it)

DOVE E’ SEPOLTO PIO II?

Sono ormai passati quasi dieci anni dalle celebrazioni per il sesto centenario della morte di Pio II; ma dove è sepolto Papa Piccolomini? Ecco una breve cronaca sulla travagliata storia della salma del Pontefice.

 

Il sarcofago di Pio II
Il sarcofago di Pio II

Nell’agosto del 1464, papa Pio II si trovava ad Ancona dove attendeva gli alleati per intraprendere la crociata contro i Turchi ma proprio qui trovò la morte il 14 agosto. Il suo corpo fu sepolto in una tomba terragna all’interno della cappella di San Gregorio Magno nell’antica basilica di San Pietro in Vaticano che, come è noto, accoglieva i successori di Pietro. La tomba era corredata da un monumento funebre parietale in marmo caratterizzato da sarcofago e iscrizione.
Medesima collocazione fu riservata a Pio III deceduto a Roma il 18 ottobre 1503 e nipote del pontefice.
Durante il pontificato di papa Paolo V, e propriamente tra il 1614 e il 1615, i monumenti funerari dei due pontefici Piccolomini furono trasportati dalla basilica di San Pietro alla chiesa di Sant’Andrea della Valle mentre le loro salme furono traslate solo successivamente.

L'interno della Chiesa di Sant'Andrea della Valle
L’interno della Chiesa di Sant’Andrea della Valle

Il 6 gennaio 1623, a “due ore di notte e nulla adibita pompa”, i resti mortali venivano riposti entro cassette sotto il pavimento della tribuna nella già citata chiesa di Sant’Andrea.
Fu nel 1758, durante i lavori di rifacimento del pavimento che le ossa furono scoperte ma, nuovamente sotterrate, non sono state mai più ritrovate.
I sarcofaghi, collocati fin dagli inizi del XVII secolo sopra i due archi che collegano la navata principale con quelle laterali, sono quindi sempre stati vuoti.
Il monumento parietale di Pio II, realizzato da Paolo Sacconi nel 1470 circa, è posto sul lato sinistro della navata;
due angeli sostengono lo stemma pontificio costituito da croce negra sormontata da cinque lune d’oro.

Il Monumento funebre di Papa Piccolomini
Il Monumento funebre di Papa Piccolomini

Nel primo riquadro sono scolpiti la Vergine, il Bambino, Enea Silvio Piccolomini – futuro papa Pio II – in abiti cardinalizi oltre ai Santi Pietro e Paolo. Nel secondo riquadro, il pontefice è scolpito disteso sull’urna sepolcrale, in cui sta scritto PIUS PP II. Nel terzo, la solenne processione del 12 febbraio 1462 per il trasporto del capo di Sant’Andrea da ponte Milvio alla basilica vaticana. Lateralmente, in apposite nicchie, sono scolpite in alto rilievo sei virtù: la Scienza con la face, la Fortezza con la colonna, la Prudenza col serpente, la Giustizia con la spada, la Fede col calice e la Carità coi bambini.
Il monumento è corredato da due iscrizioni latine che narrano la carriera del pontefice e la definitiva sistemazione del monumento nel 1614.
Non sappiamo se la scelta della chiesa di Sant’Andrea della Valle fu dettata dalla circostanza che il Santo è patrono della Città di Pienza.

SANT’ANDREA DELLA VALLE
La chiesa di Sant’Andrea della Valle si trova in Corso Vittorio Emanuele II nei pressi di Piazza Navona. Eretta a partire dal 1591 fu consacrata solo nel 1650. All’interno della chiesa si conservano gli affreschi del Domenichino con le storie di Sant’Andrea e, nella curva dell’abside, una imponente crocifissione del Santo, di Mattia Preti (1650-51).

(articolo realizzato in collaborazione con PortalePienza.it)