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Angelo Pientini da Corsignano

Aldo Lo Presti

Angelo Pientini da Corsignano

(Canonica 6 – pag. 5)

Sul primo Bollettino Ufficiale del Comitato Centrale per l’Anno Santo del 1950, edito nel gennaio del 1949, è noto che lo studioso orvietano Pericle Perali ebbe modo di pubblicare una storia degli anni giubilari; al contrario, meno noto, perché apparso in veste anonima, è un altro contributo giubilare del Perali edito sul quarto fascicolo mensile di un similare Bollettino Ufficiale del Comitato Centrale, quello relativo all’Anno Santo del 1925 (uscito nel settembre del 1924) col titolo Doni e ricordi di Anni Santi.

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Il restauro delle statue della Chiesa di San Carlo

Lucia Chietti

Il restauro delle statue dell’altare
della Chiesa di San Carlo Borromeo

(Canonica 6 – pag. 129)

L’altare in stile barocco ubicato nella Chiesa di San Carlo Borromeo risale alla prima metà del 1600, il suo restauro avvenuto recentemente ha interessato soltanto le due statue policrome che si trovano all’interno delle nicchie. In origine gli altari avevano una struttura molto semplice, per assumere poi, nel corso dei secoli, forme sempre più elaborate, fino a divenire, soprattutto nel periodo barocco, complessi organismi architettonici caratterizzati da grandi edicole con doppio colonnato e fastosi apparati decorativi; nell’altare della Chiesa di San Carlo Borromeo non è stato raggiunto questo particolare livello di complessità, tuttavia si ritrovano gli elementi compositivi tipici di un altare monumentale.

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>Il Restauro delle Statue

Il Podere nel Libro

Aldo Lo Presti

Il Podere nel Libro
Francesco Caroti al Capriola di Monticchiello

(Canonica 6 – pag. 101)

Dal momento che «…per farsi un’idea precisa del carattere e dell’anima di un individuo che non si conosce, nulla havvi di meglio che dare uno sguardo ai pochi o molti libri da esso posseduti», cosa si poteva sperare di più, volendo e desiderando tratteggiare la biografia del “poliziano” Francesco Caroti (Montepulciano, 7 novembre 1897 – 19 ottobre 1974) che, come vedremo, dal 12 ottobre al 18 novembre del 1943, si fece, suo malgrado, “monticchiellese”, se non rintracciarne alcuni libri in una generosa rigatteria immersa nella campagna toscana?…

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>Il Podere nel Libro

Il «Serpe di Pienza»

Alma Giovannoni

Il «Serpe di Pienza»: il dolce pientino
per antonomasia

(Canonica 6 – pag. 95)

Il cosiddetto “Serpe di Pienza” è un dolce tipico pientino e forse, insieme ai ricciarelli, il più noto. È a base di mandorle tritate, zucchero e albume montato a neve.
All’impasto viene data la forma di un cilindro assottigliato alle due estremità e avvolto a spirale a simulare la postura di un serpentello dormiente. Ad una estremità,quella relativa alla testa, più grossa e di forma vagamente triangolare, vengono posti gli occhi incastrando…

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>lI Serpe di Pienza

Il Palazzo Massaini: note storiche e d’arte

Anna Ciolfi

Il Palazzo Massaini: note storiche e d’arte

(Canonica 6 – pag. 85)

Palazzo Massaini sorge sul crinale che separa la Val d’Orcia dalla Val di Chiana, a poco più di quattro chilometri di distanza da Pienza in direzione Montepulciano, in una posizione privilegiata per bellezza, storia e cultura. Un panorama straordinario, incastonato nel tempo, in cui forme e colori della natura cambiano con le stagioni, ricordando l’armonia dei dipinti della scuola senese. Il complesso si compone di vari fabbricati raggruppati intorno a una torre, che è l’elemento edilizio che caratterizza il castello…

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>Palazzo Massaini

Terremoti a Pienza

Umberto Bindi, Nino Petreni

Terremoti nella storia di Pienza e del territorio circostante

(Canonica 5 – pag. 5)

Gli studi sui fenomeni sismici nella storia d’Italia si sono susseguiti nei decenni e recentemente, con l’affidamento all’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia del coordinamento dei dati, si è giunti ad una omogeneizzazione delle rilevazioni, dei metodi di catalogazione e della compilazione di elenchi partendo da varie fonti storiche.
Ma se, grazie ai sismografi, l’attuale metodologia di rilevazione e di misurazione dei vari parametri per individuare e catalogare i terremoti ha raggiunto un alto livello di standadizzazione, le fonti storiche “pre-strumentali” si basano solo sulle esperienze dirette delle persone che hanno “sentito” le scosse, trovandosi in luoghi diversi …

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Per chi volesse approfondire l’argomento dei terremoti storici, allargando il suo interesse fino a Siena, ecco un interessante articolo sul terremoto del 1798, tratto dal sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

I terremoti nella STORIA: 26 maggio 1798, un terremoto di fine secolo XVIII a Siena >>>>

Inoltre, per aggiornamento, ecco una nota  di Alessandro Amato, membro dell’INGV, sulla situazione attuale a Pienza >>>>

PARACARRI PIENTINI

I “paracarri” di Pienza
di Aldo Lo Presti

Interessarsi dei cosiddetti “paracarri” o “scansaruote”, veri e propri “strappi del passato” (per usare le parole di Gadda) e già utilizzati a Pompei per delimitare le vie pedonali, trova una doppia ragione nel loro essere “…parte del paesaggio urbano e allo stesso tempo testimonianza di cultura materiale”.[1]

Manufatti che però, alla stregua di ogni altro dettaglio paesaggistico urbano (come le diverse tipologie degli ormai del tutto inutili “nettascarpe”) la cui efficacia s’è ormai degradata, rischiano una non certo auspicabile invisibilità se non addirittura un’oggettiva distruzione a causa della loro “sommersione” per via di progressive asfaltature delle strade o dei cortili interni degli edifici.[2]

Si ricorda, a tale proposito, che i “paracarri” altro non sono se non quelle colonnette o piccole piramidi sistemati presso gli spigoli dei portoni per salvaguardarne l’integrità che veniva messa a repentaglio dai mozzi delle ruote dei carri che vi transitavano.

Tali “paracarri” erano fabbricati generalmente in pietra (oppure frutto di spoliazione e riutilizzo di antichi reperti romani, come nel caso di Venafro o Brindisi) ma anche in ferro o in ghisa, come quelli decorati con foglie d’acanto stilizzate[3] che sopravvivono presso l’ingresso di “servizio” del palazzo Piccolomini a Pienza.

La durezza e solidità del materiale dei “dissuasori” pientini, ha impedito la formazione dei tipici solchi causati dalle ruote dei carretti che vi urtavano ogni giorno (come non ha tralasciato di segnalare Proust nella Recherche); si tratta di una tipologia riferibile alla seconda metà del XIX sec., la stessa che si rintraccia, ad esempio, sia in via del Seminario a Roma,[4] e più precisamente all’altezza del numero civico 87, sia ad Orvieto a far da guardia al portone laterale del palazzo Gualterio di C.so Cavour.

La coppia di “paracarri” orvietani, esempio residuale di decoro cittadino modellato in fusione, e gli analoghi “gemelli” pientini, sono gli ultimi manufatti esistenti in metallo, muti e silenziosi testimoni di un’epoca di “buone maniere” (volenti o nolenti) quasi del tutto fuori moda.

E si scrive “quasi” per un estremo sussulto di ottimismo.

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[1] Colanzigari Olga, Guidi Alessandro, Archeologia del nettascarpe. La cultura sotto i piedi, in Atti del quarto convegno di Etnoarcheologia, Roma, 17-19 maggio 2006, Archaeoress Publischers of British Archaeologicl Reports, Oxford, p. 17.

[2]  Maroni Lumbroso Matizia, L’età del cavallo. Ricerche 1969-1976. Fondazione Marco Besso, Roma, 1977, pp. 9, 11, 12.

[3] «È a tutti noto il racconto che fa Vitruvio circa l’origine del capitello corinzio, attribuendone l’invenzione all’orafo Callimaco, che volle in un capitello imitare un cespo di acanto fiorito intorno ad un paniere […] L'abuso fatto in tutte le età, in Italia e fuori, della foglia d'acanto è dovuto non solo alla bellezza della pianta, ma soprattutto alla sua natura flessuosa, per cui può facilmente prestarsi, senza subire variazioni disarmoniche, alle decorazioni più varie». Vedi: http://www.treccani.it/enciclopedia/acanto.

[4] Maroni Lumbroso Matizia, L’età del cavallo…, op. cit., pp. 9, 11, 12.

GLI ULTIMI PICCOLOMINI A PIENZA

Presentazione del volume
GLI ULTIMI PICCOLOMINI A PIENZA
Il conte Silvio, Anna e Nicolò

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Venerdì 10 giugno 2016, ore 17.30
Pienza, Cortile del Palazzo Piccolomini

Saluti
Giampietro Colombini, Presidente Fondazione San Carlo Borromeo
Vittorio Carnesecchi, Rettore Società Esecutori Pie Disposizioni, Fabrizio Fè, Sindaco di Pienza
Florio Faccendi, Presidente Banca CRAS

Interverranno
Prof. Gerardo Nicolosi, Università degli Studi di Siena,
Dott.ssa Maria Laura Pogni, Società Esecutori Pie Disposizioni e curatrice del volume

Saranno presenti gli Autori
Dott.ssa Laura Martini, Dott.ssa Maria Laura Pogni, Arch. Fausto Formichi, Prof. Fabio Pellegrini

BENVENUTO FRANCI AD ORVIETO

Benvenuto Franci ad Orvieto
di Aldo Lo Presti

RitaglioDa qualche tempo a questa parte, rapiti da una passione doppia, quella verso le città di Pienza e Orvieto, andiamo raccogliendo spigolature che rinforzano -per così dire- questo nostro sentimento. E tra le altre bricciche oggi meno… ignote, è possibile aggiungerne un’altra partendo da una constatazione: se è vero che più di una rappresentazione della Gioconda di Ponchielli/Goito si fece “orvietana” (come quelle concertate dai fratelli Luigi e Marino Mancinelli in giro per i Teatri di tutto il mondo, o quella diretta nel Teatro Comunale di Orvieto dal Maestro Emilio Usiglio in occasione delle Feste Centenarie del Duomo nel 1891) è vero anche che una di queste si fece non solo orvietanissima ma anche pientina. Ci si riferisce alla rappresentazione della Gioconda (che debuttò al Teatro alla Scala di Milano l’8 aprile del 1876) diretta dal Maestro Gabriele Santini ed eseguita nel giugno del 1939 presso il piazzale Mussolini di Orvieto (così era stata ribattezzata la piazza sino ad allora intitolata alla famiglia ebrea Cahen) nell’ambito delle iniziative del cosiddetto Carro di Tespi, un progetto ideato nel 1929 dal Regime fascista allo scopo di veicolare una forma di teatro capace di raggiungere «…fasce     dimenticate   di   popolazione»   (https://it.wikipedia.org/
wiki/Carri_di_Tespi).

Un allestimento al quale prese parte, nelle vesti di Barnaba, Benvenuto Franci, che – come scrive Paola Campi nella dettagliata scheda biografica curata per il Dizionario on line www.treccani.it –  ebbe modo per diversi anni di partecipare, nel periodo estivo, alle ricordate iniziative de Il Carro di Tespi, esibendosi in diverse città italiane ed estere. La notizia ebbe anche una certa risonanza sulla stampa, dal momento che il corrispondente orvietano de Il Popolo di Roma, Rambaldo Fabbri, ne diede prontissima eco nell’articolo Il Carro di Tespi in Orvieto (24 giugno 1939). Si ricorda che lo stesso baritono pientino, nell’aprile del 1920, aveva già affrontato la Gioconda incidendo una fonotipia del duetto Enzo Grimaldo, ripetendosi qualche anno dopo con le stesse musiche registrando un disco a 78 giri per la Columbia, una delle più importanti case discografiche dell’epoca che condivise con la concorrente La Voce del Padrone il privilegio di contare nel proprio catalogo i dischi di Benvenuto Franci. Si ricorda, infine (e grazie, anche in questo caso, alle preziose informazioni che si rintracciano nella scheda biografica redatta da Paola Campi) che l’artista pientino conobbe personalmente Luigi Mancinelli all’inizio della sua carriera dal momento che il compositore e direttore d’orchestra umbro diresse il nostro cantante nel secondo atto del Cristoforo Colombo di Alberto Franchetti (10 dicembre 1916) al Teatro Augusteo di Roma, mentre, molti anni più tardi, e più precisamente il 14 maggio 1948, lo stesso Franci si esibì nel tragico ruolo di Gianciotto nel dramma lirico in un atto Paolo e Francesca del medesimo musicista orvietano. Una storia, questa di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta che ispirò l’omonimo film di Raffaello Matarazzo, un regista, quest’ultimo, che ci permette di chiudere il cerchio di questa nostra spigolatura, non potendo non citarne il debutto avvenuto nel 1933 con una pellicola innovativa per i suoi tempi essendo stata interamente girata in esterni ad Orvieto, quel Treno Popolare che intese magnificare l’iniziativa del governo fascista dei Treni Speciali Celeri per Servizi Festivi Popolari, i quali, unitamente agli spettacoli teatrali itineranti estivi allestiti nell’ambito dell’iniziativa più volte evocata del Carro di Tespi, garantirono alle classi medio-basse di sperimentare (in concomitanza con l’adozione della settimana corta) una forma embrionale di turismo che fu certamente di massa, ma anche felicemente e convintamente culturale.  

IL “DE ASIA” DI PIO II

Progettato nel 2014 in occasione del 550° anniversario della morte di Pio II, nel mese di aprile 2016, è uscito per le edizioni IF Press di Roma, con il contributo della Diocesi di Montepulciano Chiusi Pienza, e del Rotary International, il volume Enea Silvio Piccolomini – Papa Pio II, ASIA (DE ASIA), traduzione ed edizione a cura di Remigio Presenti e Manlio Sodi.

Copertina

Il De Asia, è l’ultima opera a carattere storico-geografico di Pio II, nell’ambito di un progetto di cui era già stata scritta una parte con il “De Europa”, e “l’Historia Buhemica”. L’opera, per la prima volta tradotta e pubblicata in italiano, fu pensata dal Papa nel mese di luglio del 1461. In quel mese, infatti, Pio II, per sfuggire alla calura estiva di Roma si reca a Tivoli dove incontra Federico di Montefeltro.

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