IL DEPOSITO DELL’ACQUEDOTTO

Prendiamo spunto dalla mostra PIENZA NASCOSTA realizzata dal Gruppo Fotografico Pientino nel dicembre 2014 per pubblicare questo breve articolo sul deposito dell’acquedotto, che ci arriva da Orvieto. Le foto inedite degli interni, “nascosti” per decenni alla vista dei non addetti ai lavori, sono state esposte  per la prima volta nella mostra citata, suscitando interesse e curiosità; le riproponiamo a corredo del contributo di Aldo Lo Presti e dell’introduzione di Umberto Bindi.

A chi si avvicina a Pienza, provenendo da Siena, la solitaria torre in pietra arenaria contenente i depositi dell’acqua  appare improvvisamente, sovrastante la schiera di villette liberty che conduce al centro storico; villette costruite probabilmente negli stessi anni ’20 del Novecento. Da fuori la torre si presenta come una solida costruzione, la cui funzione non è immediatamente comprensibile.

L’interno è costituito da una prima grande sala a piano terra, da cui si sale fino alla base del primo serbatoio; quest’ultimo, realizzato in calcestruzzo, è completamente integrato nella struttura edile, tanto da risultare “invisibile”; è possibile infatti vedere solo il solaio inferiore e quello superiore, intuendo quello che c’è in mezzo, ossia… l’acqua. Una stretta scala a chiocciola attraversa la cisterna verticalmente, proprio al centro, lungo un passaggio cilindrico che conduce ad una seconda sala. Da qui parte il serbatoio superiore, realizzato con la stessa tecnica; una seconda scala a chiocciola sale fino alla sommità. Lungo le strette scalette in ghisa appositi misuratori indicano il livello interno, mentre tubi  e moderne apparecchiature gestiscono l’entrata e l’uscita dell’acqua monitorandone anche la qualità e la pressione nelle condotte. Ma quale sono state le vicende della sua costruzione?

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La Torre Serbatoio di Pienza: un progetto orvietano*
di Aldo Lo Presti

* Tutte le notizie seguenti (salvo diversa indicazione) sono tratte dall’accurata monografia di Bruno Astori e Valentina Treves, Giuseppe Muzi (1881-1957), con scritti di Giulia Muzi Bottai e Samuela Valentini, edita da Orvieto-Arte-Cultura-Sviluppo per conto della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto nel 2006. 

 Presso l’archivio dell’ingegnere Giuseppe Muzi (Orvieto, 1881-1957) si conserva, tra molti altri documenti di grande interesse storico-scientifico, un faldone di disegni relativi al progetto dell’Acquedotto consorziale tra i comuni della Val d’Orcia e Val di Chiana dalle sorgenti del Vivo (Monte Amiata) ad Arezzo. Una lunga storia, questa dell’approvvigionamento idrico della Val d’Orcia e della Val di Chiana, un approvvigionamento che a lungo è stato assicurato esclusivamente dall’acqua piovana immagazzinata in cisterne o tramite i più tradizionali pozzi di scavo. Nel 1919 uscì per i torchi dell’editore Marsili di Orvieto un raro volumetto intitolato Progetto di acquedotto consorziale fra i comuni della Val d’Orcia e della Val di Chiana dalle sorgenti del Vivo (Monte Amiata) fino ad Arezzo (Km 76,5 circa) di appena 22 pagine che si conserva in copia unica presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze. Si tratta della puntuale relazione scritta dall’ingegnere orvietano relativa allo stato dei lavori e agli scopi del progetto; Muzi, nelle sue pagine, ricordò che nel 1913 fu il Comune di Foiano ad incaricarlo di progettare un sistema di rifornimento d’acqua potabile ma che solo nel 1915, in virtù d’una legislazione davvero provvidenziale che favorì la concessione di mutui destinati alla costruzione degli acquedotti, fu possibile creare un primo Consorzio fra i Comuni di San Quirico, Pienza, Trequanda, Torrita, Sinalunga e Foiano della Chiana, Consorzio che confermò Muzi, unitamente all’ing. Andrea Mascagni, nel suo incarico. L’entrata in guerra del Regno d’Italia nel primo conflitto mondiale (i cui effetti sono avvertibili sino ad oggi, motivo per il quale ci permettiamo di definirla infinita piuttosto che grande) interruppe ogni possibilità di sviluppo. Soltanto nel 1919 Muzi ebbe modo di riprendere il lavoro interrotto, allargando il consorzio ad altri comuni: Marciano, Castiglion Fiorentino, Cortona ed Arezzo. Problemi di carattere politico bloccarono nuovamente l’avanzamento del progetto che poté essere ripreso soltanto nel 1925 con l’aggiunta dei comuni di Montepulciano, Chiusi, Chianciano, Lucignano, Monte San Savino, Siena e Montalcino, mentre il comune che aveva dato inizio ai lavori, Foiano, si ritirò. Nel 1927 lo stesso Muzi abbandonò il progetto perché chiamato dal Comune di Perugia allo scopo di costruire il grande acquedotto Scica, lasciando al solo Mascagni il compito di terminare quanto aveva ideato. Finalmente, dopo altre traversie di carattere finanziario, nell’estate del 1931 l’opera fu terminata con la messa in posa di 124 km di condutture capaci di canalizzare ben 50 litri di acqua al secondo. Nel faldone di cui si è già accennato si sono rinvenuti i disegni relativi alle sezioni orizzontali, alla sezione verticale e al prospetto di un Tipo di Serbatoio elevato (scala dell’originale 1:50, acquerello su brownprint, maggio 1921) che corrisponde quasi esattamente alla Torre serbatoio così come è stata edificata a Pienza, facendone pertanto una torre anche ‘orvietana’. A Pienza «…l’acqua arrivò per la prima volta nel 1929, in una cannella in Piazza Dante Alighieri, dopo di che -ricorda Umberto Bindi- si iniziò a costruire le condotte per la distribuzione nelle case. Il serbatoio principale, ospitato dalla torre di Via della Madonnina appositamente costruita per sovrastare il livello delle abitazioni, fu edificato nel 1931» utilizzando le pietre arenarie tipiche della zona (vedi: Umberto Bindi, Pienza, i luoghi dell’acqua. Le Balze, Montepulciano, 2002, pp. 56-60). L’opera non riguardò, come Muzi aveva immaginato, il comune di Arezzo, servito sin dalla fine del sec. XVII da un sistema idrico progettato in prima battuta da Giorgio Vasari (e per questo detto “vasariano”) ma in realtà condotto a buon fine dall’architetto fiorentino Raffaele di Zenobi Pagni e da Gherardo Mechini, e soltanto dal 1929 dall’attuale Acquedotto del Buon Riposo (vedi: Mara Miniati, Acquedotti di Arezzo, in Itinerari scientifici in Toscana, consultabile on-line al seguente indirizzo: http//brunelleschi.imss.fi.it, Nike Fedeli, L’Acquedotto ‘vasariano’ di Arezzo, in Marco Pretelli, Andrea Ugolini, Le fontane storiche: eredità di un passato recente. Alinea Editrice, Firenze, 2011, p. 254). Pertanto al termine del progetto furono 27 i centri abitati dissetati dalle acque del Vivo e più precisamente: S. Quirico d’Orcia, Vignoni, Pienza, Monticchiello, Trequanda, Petroio, Castelmuzio, Torrita, Montefollonico, Sinalugna, Pieve, Guazzino, Bettolle, Scrofiano, Farnetella, Rigomagno, Montepulciano, Abbadia, Gracciano, Acquaviva, Fontago, Valiano, Chianciano, Chianciano Terme, Lucignano, Pieve Vecchia, Monte S. Savino, nonché la Stazione di Monte Amiata, parte di Siena e 10 “concessioni a getto continuo disseminate per la campagna lungo la conduttura”. L’arrivo dell’acqua fu una vera rivoluzione (non solo per la comunità pientina) permettendo, tra l’altro, la revisione e la ricostruzione di un sistema fognario più consono alle esigenze di una società che andava rapidamente modernizzandosi e rimasta sino ad allora pressoché immutata da secoli. (Vedi: Umberto Bindi, cit. pp. 58, 60).

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