Archivi categoria: CURIOSITA’

Raccolta estemporanea di “pillole” di notizie e curiosità su Pienza ed il suo territorio, raccolte da siti web, giornali, riviste, libri e altre fonti. (A cura di Umberto Bindi)

SBARLUZZI: UNA STORIA DI AMICIZIA

Pubblichiamo il libretto edito da Polistampa a Novembre del 2016 che narra una “micro-storia” di quelle che danno però il senso alla vita professionale e alla storia personale di un artista come Piero Sbarluzzi.

L’anno di Sbarluzzi si è concluso in crescendo, con una mostra personale di opere a tema religioso (Chiesa di San Francesco, 6 agosto – 2 novembre 2016) e con l’esposizione delle sue sculture più belle nel contesto della cantina Forte, presso il Podere Petrucci (Castiglione d’Orcia). Due eventi che hanno dato il giusto spazio al tenace artista pientino che si è guadagnato negli anni una meritata notorietà.

Alleghiamo il piccolo e_book in formato PDF, curato da Nino Petreni, amico e affezionato “cultore” di Sbarluzzi, dove sono pubblicati alcuni inediti acquarelli che illustrano la micro-storia di amicizia e di condivisione artistica tra Piero, Don Flori e Don Coltellini e che costituisce una ulteriore occasione per conoscere Piero ed il suo mondo pientino.

Testo storia-di-un-viaggio-in-vespa.pdf

 





PARACARRI PIENTINI

I “paracarri” di Pienza
di Aldo Lo Presti

Interessarsi dei cosiddetti “paracarri” o “scansaruote”, veri e propri “strappi del passato” (per usare le parole di Gadda) e già utilizzati a Pompei per delimitare le vie pedonali, trova una doppia ragione nel loro essere “…parte del paesaggio urbano e allo stesso tempo testimonianza di cultura materiale”.[1]

Manufatti che però, alla stregua di ogni altro dettaglio paesaggistico urbano (come le diverse tipologie degli ormai del tutto inutili “nettascarpe”) la cui efficacia s’è ormai degradata, rischiano una non certo auspicabile invisibilità se non addirittura un’oggettiva distruzione a causa della loro “sommersione” per via di progressive asfaltature delle strade o dei cortili interni degli edifici.[2]

Si ricorda, a tale proposito, che i “paracarri” altro non sono se non quelle colonnette o piccole piramidi sistemati presso gli spigoli dei portoni per salvaguardarne l’integrità che veniva messa a repentaglio dai mozzi delle ruote dei carri che vi transitavano.

Tali “paracarri” erano fabbricati generalmente in pietra (oppure frutto di spoliazione e riutilizzo di antichi reperti romani, come nel caso di Venafro o Brindisi) ma anche in ferro o in ghisa, come quelli decorati con foglie d’acanto stilizzate[3] che sopravvivono presso l’ingresso di “servizio” del palazzo Piccolomini a Pienza.

La durezza e solidità del materiale dei “dissuasori” pientini, ha impedito la formazione dei tipici solchi causati dalle ruote dei carretti che vi urtavano ogni giorno (come non ha tralasciato di segnalare Proust nella Recherche); si tratta di una tipologia riferibile alla seconda metà del XIX sec., la stessa che si rintraccia, ad esempio, sia in via del Seminario a Roma,[4] e più precisamente all’altezza del numero civico 87, sia ad Orvieto a far da guardia al portone laterale del palazzo Gualterio di C.so Cavour.

La coppia di “paracarri” orvietani, esempio residuale di decoro cittadino modellato in fusione, e gli analoghi “gemelli” pientini, sono gli ultimi manufatti esistenti in metallo, muti e silenziosi testimoni di un’epoca di “buone maniere” (volenti o nolenti) quasi del tutto fuori moda.

E si scrive “quasi” per un estremo sussulto di ottimismo.

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[1] Colanzigari Olga, Guidi Alessandro, Archeologia del nettascarpe. La cultura sotto i piedi, in Atti del quarto convegno di Etnoarcheologia, Roma, 17-19 maggio 2006, Archaeoress Publischers of British Archaeologicl Reports, Oxford, p. 17.

[2]  Maroni Lumbroso Matizia, L’età del cavallo. Ricerche 1969-1976. Fondazione Marco Besso, Roma, 1977, pp. 9, 11, 12.

[3] «È a tutti noto il racconto che fa Vitruvio circa l’origine del capitello corinzio, attribuendone l’invenzione all’orafo Callimaco, che volle in un capitello imitare un cespo di acanto fiorito intorno ad un paniere […] L'abuso fatto in tutte le età, in Italia e fuori, della foglia d'acanto è dovuto non solo alla bellezza della pianta, ma soprattutto alla sua natura flessuosa, per cui può facilmente prestarsi, senza subire variazioni disarmoniche, alle decorazioni più varie». Vedi: http://www.treccani.it/enciclopedia/acanto.

[4] Maroni Lumbroso Matizia, L’età del cavallo…, op. cit., pp. 9, 11, 12.

BENVENUTO FRANCI AD ORVIETO

Benvenuto Franci ad Orvieto
di Aldo Lo Presti

RitaglioDa qualche tempo a questa parte, rapiti da una passione doppia, quella verso le città di Pienza e Orvieto, andiamo raccogliendo spigolature che rinforzano -per così dire- questo nostro sentimento. E tra le altre bricciche oggi meno… ignote, è possibile aggiungerne un’altra partendo da una constatazione: se è vero che più di una rappresentazione della Gioconda di Ponchielli/Goito si fece “orvietana” (come quelle concertate dai fratelli Luigi e Marino Mancinelli in giro per i Teatri di tutto il mondo, o quella diretta nel Teatro Comunale di Orvieto dal Maestro Emilio Usiglio in occasione delle Feste Centenarie del Duomo nel 1891) è vero anche che una di queste si fece non solo orvietanissima ma anche pientina. Ci si riferisce alla rappresentazione della Gioconda (che debuttò al Teatro alla Scala di Milano l’8 aprile del 1876) diretta dal Maestro Gabriele Santini ed eseguita nel giugno del 1939 presso il piazzale Mussolini di Orvieto (così era stata ribattezzata la piazza sino ad allora intitolata alla famiglia ebrea Cahen) nell’ambito delle iniziative del cosiddetto Carro di Tespi, un progetto ideato nel 1929 dal Regime fascista allo scopo di veicolare una forma di teatro capace di raggiungere «…fasce     dimenticate   di   popolazione»   (https://it.wikipedia.org/
wiki/Carri_di_Tespi).

Un allestimento al quale prese parte, nelle vesti di Barnaba, Benvenuto Franci, che – come scrive Paola Campi nella dettagliata scheda biografica curata per il Dizionario on line www.treccani.it –  ebbe modo per diversi anni di partecipare, nel periodo estivo, alle ricordate iniziative de Il Carro di Tespi, esibendosi in diverse città italiane ed estere. La notizia ebbe anche una certa risonanza sulla stampa, dal momento che il corrispondente orvietano de Il Popolo di Roma, Rambaldo Fabbri, ne diede prontissima eco nell’articolo Il Carro di Tespi in Orvieto (24 giugno 1939). Si ricorda che lo stesso baritono pientino, nell’aprile del 1920, aveva già affrontato la Gioconda incidendo una fonotipia del duetto Enzo Grimaldo, ripetendosi qualche anno dopo con le stesse musiche registrando un disco a 78 giri per la Columbia, una delle più importanti case discografiche dell’epoca che condivise con la concorrente La Voce del Padrone il privilegio di contare nel proprio catalogo i dischi di Benvenuto Franci. Si ricorda, infine (e grazie, anche in questo caso, alle preziose informazioni che si rintracciano nella scheda biografica redatta da Paola Campi) che l’artista pientino conobbe personalmente Luigi Mancinelli all’inizio della sua carriera dal momento che il compositore e direttore d’orchestra umbro diresse il nostro cantante nel secondo atto del Cristoforo Colombo di Alberto Franchetti (10 dicembre 1916) al Teatro Augusteo di Roma, mentre, molti anni più tardi, e più precisamente il 14 maggio 1948, lo stesso Franci si esibì nel tragico ruolo di Gianciotto nel dramma lirico in un atto Paolo e Francesca del medesimo musicista orvietano. Una storia, questa di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta che ispirò l’omonimo film di Raffaello Matarazzo, un regista, quest’ultimo, che ci permette di chiudere il cerchio di questa nostra spigolatura, non potendo non citarne il debutto avvenuto nel 1933 con una pellicola innovativa per i suoi tempi essendo stata interamente girata in esterni ad Orvieto, quel Treno Popolare che intese magnificare l’iniziativa del governo fascista dei Treni Speciali Celeri per Servizi Festivi Popolari, i quali, unitamente agli spettacoli teatrali itineranti estivi allestiti nell’ambito dell’iniziativa più volte evocata del Carro di Tespi, garantirono alle classi medio-basse di sperimentare (in concomitanza con l’adozione della settimana corta) una forma embrionale di turismo che fu certamente di massa, ma anche felicemente e convintamente culturale.  

FRANCESCO DI GIORGIO MARTINI E I CEDIMENTI DEL DUOMO DI PIENZA

Internet è una miniera al contrario, più passa il tempo più si riempie di contenuti. Così, mischiati con centinaia di migliaia di pagine di ogni genere e tipo, utilizzando le parole di ricerca giuste, è possibile imbattersi in documenti altrimenti racchiusi in qualche biblioteca lontana.

Il Centro Studi propone in questo articolo un testo di Ferruccio Canali, pubblicato nel  2002 dal titolo “ATTRIBUZIONI VASARIANE, PERIZIE E PROBABILI PROGETTI DI CON­SOLIDAMENTO (DI FRANCESCO DI GIORGIO) PER I CEDIMENTI FONDA­LI DEL DUOMO DI PIENZA”. Si tratta dell’intervento per il convegno tenutosi in occasione del V Centenario dalla nascita di Francesco di Giorgio Martini (1501 – 2001), pubblicato nel Bollettino della Società di Studi Fiorentini – Anno 2002, n. 11 – dalla Alinea Editrice.

francCome sappiamo Giorgio Vasari, nel suo trattato “Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori” – uscito nel 1568 – attribuisce a Francesco di Giorgio la paternità di Pienza, ignorando il lavoro del Rossellino. Il Canali approfondisce l’argomento svelando che potremmo essere di fronte non ad un grossolano errore ma alla presenza di elementi e documenti che conducevano in tale direzione.

Vi invitiamo alla lettura delle cinque pagine scaricabili in formato .pdf perché ricche di spunti interessanti e di ricostruzioni del tutto plausibili.

                             2002_FRANCESCO DI GIORGIO A PIENZA.pdf

LE PIEVI CONTESE

La copertina del libro di Guastaldi e Maroni
La copertina del libro di Guastaldi e Maroni

La disputa tra i vescovi di Siena e di Arezzo che intorno all’anno Mille riguardò alcune pievi di confine è stata oggetto di numerosi ed approfonditi studi;  tra di essi abbiamo pubblicato il lavoro della Prof.ssa Paolini nella pagina raggiungibile da questo link.

Grazie a questi studi è stato possibile ricostruire la storia di un vasto territorio e delle sue chiese rurali, delle loro collocazioni e delle trasformazioni subite nei secoli. Tra queste ricostruzioni ci siamo casualmente imbattuti in un lavoro fotografico realizzato dal sinalunghese Ariano Guastaldi, lavoro a corredo di una ricerca realizzata dal compianto Don Alfredo Maroni, che ci è apparsa particolarmente interessante.

Abbiamo avuto da Guastaldi il permesso di pubblicare il piccolo ma interessante volume (31 pagine), in cui sono elencate e descritte le diciannove pievi contese, tra cui compare anche la nostra Pieve di Corsignano; i frequentatori del nostro sito potranno così gustarsi una ricostruzione che affonda le proprie radici nei primi secoli del medioevo ed arriva fino ai nostri giorni con immagini inedite e descrizioni assai efficaci.

Ringraziamo gli autori e ci auguriamo di poter presto collaborare con Guastaldi, la cui attività di ricerca è vasta ed interessante.

Scarica il volume in formato .pdf (7 Mb) >>> Le Pievi contese

LA DIETA DI MANTOVA NEI REGISTRI VATICANI

Rendiamo disponibile, grazie alla pubblicazione sul portale scientifico academia.edu, un interessante articolo dal titolo “La dieta di Montova nei Registri Vaticani” redatto dallo studioso Gianmarco Cossandi e pubblicato nel volume “I Gonzaga ed i Papi” (vedi sotto). L’articolo (di 21 pagine) ricostruisce i contenuti dei documenti riconducibili al periodo del papato di Pio II presenti nei Registri Vaticani, documenti riferibili soprattutto al Concilio di Mantova, convocato nel 1459 da Papa pientino al fine di convincere i regnanti europei della necessità di contrastare l’inesorabile avanzata dell’Impero Ottomano. Di seguito l’abstract del capitolo  (in inglese) e il link al testo (in italiano) da noi reso disponibile in formato pdf.

The purpose of this contributio is to propose (or propose again) some documents concerning the dieta of Mantova, found by using as research material the Vatican Registers, which represent in fact the most important tradition of the papal documents.
By using unpublished and published materials, the contribution reads some of the documents copied on the Vatican Registers, and describes some themes related, with the aim of bringing attention back to a matter, classified maybe summarily by the historiography of the twentieth-century as “the last universalist dream of the Church”.
In particular, further to the large number of documents that refer to the need of raising the necessary funds to support the project of the military campaign (or Crusade) against Turks, it seems rather significant the presence on three registers of the Execrabilis, through which the procedure of appeal to the Congress was condemned, against the Pope’s opinion. Concerning this, the contribution, recalling part of what Gian Battista Picotti formerly said, through an analysis of the different “versions” of the document, comes finally to suppose the existence of a primitive text, and to delineate its dating and publication.

>> LA DIETA DI MANTOVA <<


I Gonzaga e i Papi

Roma e le corti padane
fra Umanesimo e Rinascimento (1418-1620)
Atti del convegno Mantova – Roma
21-26 febbraio 2013
a cura di
Renata Salvarani
Libreria Editrice Vaticana
Città del Vaticano
2013

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VEDI IL VIDEO DI PRESENTAZIONE DEL LIBRO

LA DISPUTA SULL’ANTICA PIEVE

Il Centro Studi ha recuperato un articolo citato da tuti i testi e le guide che si occupano dell’antica chiesa romanica, articolo redatto per un convegno di oltre trenta anni fa e pubblicato nel 1985 da Colosci di Cortona. Si tratta del saggio della Professoressa Maria Grazia Paolini dal titolo “Un edificio di origini altomedievale dell’antica diocesi aretina” presentato al convegno del 1983 su Arezzo e il suo territorio nell’Alto Medio Evo.

L’edificio della lontana diocesi aretina non è altro che la nostra Pieve di Corsignano, citata in documenti anteriori al Mille nella disputa tra i vescovati di Siena e Arezzo, di cui la Paolini presentò un approfondito studio di quarantotto pagine ed a cui attingeranno altri autori per i loro testi, saggi e guide sull’argomento.

Rendiamo quindi omaggio alla studiosa pientina pubblicando la riproduzione in formato pdf del suo intervento, copia ottenuta dalla collaboratrice della Biblioteca Hertziana Sig.ra Ulrike Voss che ringraziamo (www.biblhertz.it).

L’intera pubblicazione degli atti è ancora in commercio grazie alla casa editrice Olschki  raggiungibile all’indirizzo www.olschki.it.


Scarica il testo Pieve_di_Corsignano.pdf


Pieve di Corsignano
La curiosa bifora con cariatide della facciata della Pieve di Corsignano

IL DEPOSITO DELL’ACQUEDOTTO

Prendiamo spunto dalla mostra PIENZA NASCOSTA realizzata dal Gruppo Fotografico Pientino nel dicembre 2014 per pubblicare questo breve articolo sul deposito dell’acquedotto, che ci arriva da Orvieto. Le foto inedite degli interni, “nascosti” per decenni alla vista dei non addetti ai lavori, sono state esposte  per la prima volta nella mostra citata, suscitando interesse e curiosità; le riproponiamo a corredo del contributo di Aldo Lo Presti e dell’introduzione di Umberto Bindi.

A chi si avvicina a Pienza, provenendo da Siena, la solitaria torre in pietra arenaria contenente i depositi dell’acqua  appare improvvisamente, sovrastante la schiera di villette liberty che conduce al centro storico; villette costruite probabilmente negli stessi anni ’20 del Novecento. Da fuori la torre si presenta come una solida costruzione, la cui funzione non è immediatamente comprensibile.

Continua la lettura di IL DEPOSITO DELL’ACQUEDOTTO

IL SERPENTE E LA COLOMBA

IL SERPENTE E LA COLOMBA
(di Aldo Lo Presti)

 L’articolo proposto da Aldo Lo Presti per la sezione “curiosità” del sito, riguarda un bassorilievo collocato in maniera del tutto estemporanea in una facciata del centro storico di Pienza. L’architrave in arenaria proviene, con molta probabilità, dalla chiesa di S. Maria; l’antica struttura romanica fu demolita nella metà del ‘400 per fare spazio allo costruzione del Duomo. Alcuni resti, riportati alla luce dall’ing. Barbacci nel 1932 durante  l’imponente restauro della Cattedrale,  furono collocati nella sottostante cripta di San Giovanni; altri frammenti si erano probabilmente dispersi nei secoli precedenti, utilizzati come materiale da costruzione (forse anche dello stesso Duomo e del Palazzo Piccolomini). Il frammento in oggetto è collacato in una facciata realizzata durante il secolo scorso, per cui potrebbe aver fatto parte di quelli rinvenuti dal Barbacci nel ’32.

Non solo i grandi (o piccoli) monumenti rendono le città parlanti, contribuendo a raccontarne la storia attirando su di sé gli sguardi dei cittadini. Altri segni, definibili minori, quando non addirittura minimi, assumono su di sé la medesima funzione. Come nel caso della Colomba nella bocca del Serpente e le palme della Passione, simbolo zoomorfo della Prudenza e della Semplicità scolpito in un bassorilievo erratico proveniente, con ogni probabilità, dalla Chiesa di Santa Maria prisca. A risolverci in questa direzione è stata la lettura del seguente brano che ha risolto ogni dubbio iconografico legata alla nostra raffigurazione:(1)

…il secondo testo sacro che parla del simbolismo del serpente nei pastorali, è quello con il quale Gesù nel Vangelo prescrive ai suoi di essere prudenti come il serpente e semplici come la colomba (San Matteo, Vangelo, X, 16): la Prudenza, figlia della Sapienza, la Semplicità, la Rettitudine sono in effetti, le qualità necessarie a coloro che hanno il carico delle anime. Qui, ancora una volta, il simbolismo cristiano dà la mano ai simbolismo più antichi che facevano del Serpente l’ideogramma della Sapienza. Su molti celebri pastorali possiamo vedere la colomba appollaiata sulla testa o persino rifugiata nella bocca del serpente, ad esempio nel pastorale dell’Abate sant’Annone di cui ha parlato P. Chaier, dove sembra che il vecchio orafo che lavorò questo bastone abbia voluto ricordare al prelato a cui il bastone era destinato, che le sue parole dovevano essere semplici, dolci e prudenti. Nel Medioevo, il simbolismo del pastorale era meglio conosciuto di quanto non lo sia oggi. Esso deriva dal precetto impartito da San Paolo a Timoteo: Riprendi, minaccia, esorta con gran pazienza e sempre istruendo (San Paolo, II Epistola a Timoteo, IV, 2).

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L’architrave con il serpente e la colomba. Sotto il disegno “a filo di ferro” per evidenziare il contorno.

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Dall’Enciclopedia dell’Arte Medioevale dell’Istituto dell’Enciclopedia Treccani (1998), traiamo un secondo brano particolarmente illuminante che contribuisce a rendere la nostra iconografia ancor più intelligibile:

…il pastorale di S. Annone […], l’arcivescovo di Colonia (1056-1075) e fondatore dell’abbazia di Siegburg, fu rinvenuto, secondo la tradizione, nel suo sarcofago nel 1183; l’asta in legno rosso presenta un’iscrizione disposta sui due collarini metallici intorno al nodo: Tytyre coge pecus cecos ne ducito cecos / moribus esto gravis rector fore disce suavis / astu serpentis volucris tege simpla gementis; il tutto è sormontato da un riccio in avorio del sec. XI (forse eseguito prima del 1075) che forma esattamente un mostro dalla testa ricurva nell’atto di inghiottire un uccello.(2)

In tal modo il serpente non è solo lo strumento diabolico per far penetrare la morte nel mondo, così come narrato da Herrada de Landsberg, abbadessa del monastero di Hohenburg in Alsazia, nel suo Hortus deliciarum («Così fa il Cristo, il quale, alla fine della propria vita mortale, depone in certo qual modo la propria anima per discendere nella morte che è penetrata nel mondo ad opera del serpente; in questo modo egli distrugge i peccati degli uomini e le loro funeste conseguenze»)(3) ma anche, se non soprattutto, il simbolo della prudenza. Un simbolo che sintetizza, in base alle parole già ricordate di Matteo, la funzione esortativa del nostro bassorilievo (del tutto congruo per stile e materiale costruttivo con altri frammenti lapidei conservati presso il tesoro della cattedrale): «Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come serpenti e semplici come colombe». Un passo che concorre, come detto, a farci meglio comprendere non solo l’allegoria del pastorale d’avorio di S. Annone (a riunire felicemente in una prospettiva di salvezza eterna entrambi gli animali, la colomba e il serpente) ma anche quella d’una ritrovata e ancor più dolce calamita di Pienza (visibile all’altezza del numero civico 4 di via dell’Angelo).

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L’architrave della porta maggiore dell’antica chiesa romanica di S. Maria, con scene bibliche.

(1) Charbonneau-Lassay Louis Il Bestiario di Cristo. Edizioni Aikeios, Roma, 1994, p. 417.

(2)THURRE D., Pastorale, in Enciclopedia dell’Arte Medioevale, http://www.treccani.it

(3)http://www.webalice.it/paolorodelli; http://www.treccani.it/enciclopedia.