Archivi categoria: CURIOSITA’

Raccolta estemporanea di “pillole” di notizie e curiosità su Pienza ed il suo territorio, raccolte da siti web, giornali, riviste, libri e altre fonti. (A cura di Umberto Bindi)

PIENZA IN… FINLANDIA

Pienza in… Finlandia
Un disegno poco conosciuto di Hilding Ekelund *

Aldo Lo Presti

Presso l’Art Museum di Amos Anderson, che raccoglie una delle più cospicue collezioni d’arte private in Finlandia (comprendente circa 6.000 opere, principalmente dipinti, sculture, disegni, stampe e fotografie, ma anche tessuti, mobili e oggetti in vetro e ceramica, che documentano, nel loro insieme, il modernismo finlandese nelle sue più varie manifestazioni) è stata allestita, nell’autunno del  2011, una mostra dedicata all’attività dei fratelli Ragnar e Hilding Ekelund (tra disegni, dipinti, schizzi architettonici, modelli in scala e documenti fotografici) intitolata Katujen kertomaa (Poetica della Strada) che manifesta pienamente la loro attività  artistica e professionale.

Figli di un chimico di lingua svedese, Ragnar e Hilding Ekelund trascorsero la loro infanzia a Kangasniemi nel sud del Savo. Fondamentale per la loro iniziazione artistica fu la frequenza del Liceo di Porvoo nel 1904 che offrì ai due fratelli l’occasione di passare dalla semplicità del paesaggio rurale che nutrì la loro adolescenza, alle strade e ai vicoli di una piccola città dalle architetture essenziali, maturando in tal modo un’attenzione minuziosa verso quei particolari strutturali che poi andranno a ricercare nei borghi spagnoli, francesi, svedesi, estoni e italiani.

Ragnar Ekelund (1892-1960), il più anziano dei due, sebbene di soli 11 mesi, è noto come pittore e poeta che trovò ispirazione nei suoi vagabondaggi di studio in Europa, che gli permisero di mutare i colori della sua tavolozza, dai toni scuri dei primi lavori alla gamma di colori più caldi nelle opere più recenti. Hilding Ekelund (1893-1984) trovò la sua strada come architetto, studiando presso l’Helsinki University of Technology, laureandosi quindi nel 1916, e che spaziò nei suoi progetti dal classicismo nordico degli anni ’20 al “modernismo” – noto in Finlandia come “funzionalismo” il cui esponente più noto fu Alvar Aalto – che reputò più adatto a rispondere alle necessità dalla crescente urbanizzazione del paese.

Tra gli edifici più importanti di Ekelund si citano la Taidehalli Art Gallery (insieme a Jarl Eklund) a Helsinki (1928), la chiesa Töölö a Helsinki (1930), l’ambasciata finlandese a Mosca (1938), e una serie di edifici per le Olimpiadi estive del 1952 tenutesi a Helsinki, tra cui lo Stadio Olimpico di Canottaggio, il velodromo olimpico e il villaggio dei giochi olimpici.

Dalla mostra (Poetica della strada. Le città pittoresche di Ragnar e Hilding Ekelunds, 16 settembre  2011 – 9 gennaio 2012) è scaturito un catalogo intitolato per l’appunto Katujen kertomaa (La poetica della strada), un volume pubblicato dalla Finnish Literature Society e dalla Society of Swedish Literature in Finlandia. Comprende saggi elaborati da Erik Kruskopf e Riitta Nikula. Il bellissimo volume, nel quale è stato pubblicato il carteggio tra i due fratelli che documenta la loro completa sintonia nelle scelte artistiche e architettoniche, il loro umorismo e i loro valori estetici, è stato curato da Susanna Luojus e Itha O’Neill.

Tra i numerosi disegni e schizzi di Hilding Ekelund esposti in mostra, eseguiti durante i suoi viaggi di studio nelle piccole città dell’Europa meridionale, si segnala quello “animato” intitolato Mercato a Pienza datato 1922 che raffigura il “Palazzo Communale” [sic], il “Palazzo Vescovile” e le caratteristiche bancarelle del mercato.

Si tratta di una rara testimonianza della crescente capacità attrattiva della nostra città che inizia ad acquisire tutte quelle caratteristiche che oggi la rendono attraente agli occhi degli artisti e dei turisti: un’invidiabile armonia delle proporzioni architettoniche (che si ritrova nelle opere strutturalmente robuste ma allo stesso tempo sofisticate di entrambi i fratelli) ed un altrettanto invidiabile eccellenza artistica stratificatasi nelle chiese, nei musei e nelle dimore nobiliari cittadine.

* Tutte le notizie e le immagini sono tratte da:
http://amosanderson.fi/en/exhibitions/poetics-of-the-street 
e Wikipedia.  

PIO II CON LA BARBA

Riceviamo da Matteo Parrini, fertile studioso di Matelica e collaboratore del Centro Studi Pientini, immagini e commenti su alcune raffigurazioni di Pio II con la barba. La prima immagine, già pubblicata nel n. 7 di Canonica, proviene dal Palazzo Comunale di Sassoferrato, mentre le altre sono immagini per noi inedite, che di seguito proponiamo ai nostri lettori.

Di Matteo Parrini

Il Cardinale Bessarione nel Monumento Funebre di Pio II

Le due raffigurazioni di Pio II con la barba che segnalo in questo breve articolo risalgono, sia per l’affresco del palazzo comunale di Sassoferrato  che per il santuario della Beata Vergine di Mantova,  alla seconda metà del XVI secolo. In quel periodo altri vari pontefici ebbero la barba e si diffuse la concezione che Pio II, da protettore delle lettere greche e del cardinale Bessarione, non fosse stato affatto contrario alla barba, essendo stato lui in conclave ad aver affermato: «Nondum barbam rasit Bessarion, et nostrum caput erit?» (Se quindi il Bessarione si rasasse la barba, sarà anche il nostro capo?).

Anche nella famiglia Piccolomini la barba sarebbe stata ben vista, come dimostrò Antonio Piccolomini, nipote del papa, noto per la bella barba nera fluente.

L’aspetto di entrambi i “Pio II” barbuti può rimandare all’aspetto dello stesso Bessarione che si vede sul monumento funebre di Pio II a Roma o al Sant’Andrea del Tempietto di Sant’Andrea a Porta del Popolo (realizzato tra il 1551 ed il 1553), dove si ricorda l’arrivo a Roma, nel 1462 della preziosa reliquia dell’apostolo.

Sant Andrea del Tempietto a Roma

L’immagine di Pio II nel santuario di Mantova (qui si fermò oltre 8 mesi) riporta infine all’immagine dei papa del Concilio di Trento e l’iscrizione sottostante è: «Dopo le cure dolorose e gravi,  Chiuso il Concilio, il successor di Pietro A Te porge Maria ambe le chiavi». D’altra parte lo stesso Pio II nei suoi Commentari, al libro XI, si è soffermato sul fatto che «quae illa in aetate barbam requiret», ossia con l’anzianità, arriva anche la barba come segno distintivo di saggezza (Ringrazio Roggero Roggeri per la segnalazione della statua di Pio II nel Santuario di Mantova).

Santuario Vergine delle Grazie di Mantova

Credo che si possano trovare anche altre immagini di un improbabile Pio II barbuto; per adesso segnalo che a Bologna esiste un dipinto del ‘600 con Enea Silvio Piccolomini, non ancora papa, giustamente senza barba.

BECCACERVELLO E LA SUA PROBABILE STORIA

Riprendiamo dalla pagina Facebook di Giancarlo Bastreghi un interessante articolo che parla di un luogo caro ai pientini, il podere BECCACERVELLO. Tra le persone che lo hanno abitato recentemente ricordiamo il compianto ALEARDO PAOLUCCI, pittore e artista ineguagliabile e ROMEA RAVAZZI, anch’essa pittrice di rara poesia. Bastreghi allarga l’orizzonte ipotizzando un passato altrettanto ricco di arte e storia.

UNA CURIOSA NOTA, SOPRA UNA ANTICA STELE CARICA DI MEMORIE E FATTI PIENTINI

Credo che a molti di noi passeggiando lungo la strada che da S. Caterina conduce verso il bosco di Porciano, oltrepassato il cimitero, nell’avvicinarsi a “Beccacervello” e gettato lo sguardo nel giardinetto, abbiano notato l’edicola monumento in cotto di mattoni con incussa una pietra inscritta e che non si siano chiesti quale “segreto“ poteva celare, e perchè mai, e per quale ragione essere giusto lì “monumentata”. A Pienza, tra i Pientini del passato, il “mistero“ fu risolto col dire; <<….che nella pietra si raccontava la memoria antica che celebrava la nascita di Enea Pontefice, proprio lì, in quel di “Beccacervello”, cosa questa sicurissima perché detta e sentita e tramandata dai Padri dei Padri!>> e così dicendo di anno in anno la leggenda è continuata sino praticamente ai giorni nostri!
In verità le cose non stavano proprio così come tutti sappiamo… però la “curiosita’” e il perché per quel monumento in tanti di noi continua, quindi oggi cercherò il raccontarvi di come stavano i fatti e le venture, iniziando con lo svelare il “segreto” scritto nella stele in “Pario” del giardino e chi ne fosse Autore.

TESTO SCRITTO IN LATINO IN CARATTERE TONDO

HOC SIMEON. BAFFUS SAXIS AC VEPRIB. (us)
HORRENS ARUM MACERIE SEPSIT ET
EXCOLUIT INNUERIS QUE OPERUM IMPENSIS
CONSEVIT ET AUXIT ARBORIBUS FERRO VIX
SILICE EDOMITA PRAEDIUM ET URBANAM
STRUXIT SEDEM Q. COLUMBIS ET SCRUPIS
RECTAS STRAVIT UTRUNQUE VIAS
HINC DEUS AVERTAT VIM CAELI ET GRANDINIS
RAS UT LAETAS SEGETES GRATA(s) Q. POMAS FERAT.
ANNO GRATIE MDLXXV PRINCIPATU FRANC. MED.
MAGNI ETRURIAE SECUNDI.

TESTO TRASCRITTO IN ITALIANO :

Questo campo, irto di sterpi e di macigni,
Simeon Baffo cinse d’un muro a secco
e coltivò con cura ; con lavori di ingentissimo
costo lo seminò e lo arricchì di alberi ;
ogni pietra eliminata a fatica con l’aratro ,
ne fece un podere ed eresse una civile abitazione
e dall’una e dall’altra parte lastricò di pietre
le diritte vie.
da questo luogo Dio allontani l’ostilità del cielo
e la furia della grandine , affinché produca
copiose messi e graditi frutti .
Anno di Grazia 1575 , sotto il Principato di
Francesco I de’ Medici , secondo Granduca di Toscana

Ed eccovi ora i fatti, giustappunto o pressappoco, come dovevano stare:
Al tempo tutta la terra che andava da Pienza,sia a destra che a sinistra lungo la strada per San Quirico, oggi via di S. Caterina , e oltre appartenevano alla Cattedra Vescovile, e ne godeva e disponeva per diritto dotale delle proprietà il Vescovo titolare Pientino. Il Vescovo di Pienza e Montalcino era al tempo Francesco Maria Piccolomini (1554-1599) ultimo vescovo della due diocesi unite, il quale ,tra le tante altre cose , partecipò al Concilio di Trento dal 1545 al 1563 , fatto questo che determinerà certi eventi di cose pientine alla base di questa modesta “ricerca” .
Di converso il “Nostro” Simon Baffo della esposta scritta , apparteneva ad una illustre famiglia veneziana,ascritta al Patriziato,e originaria di Cipro, e il “nomen” di detta famiglia si identificava con il toponimo della città Cipriota di Paphos, da cui trasse poi il nome per la propria “gens”.
Nella Repubblica Veneta i vari membri di questa famiglia godettero di importanti incarichi nel Maggior Consiglio , e si distinsero per i favori che concessero al Clero della Repubblica. Alla famiglia Baffo appartenne Cecilia Venier Baffo, (1525-1587) la futura “Nurban”, figlia di Nicolò Venier e di Violante Baffo, che sarà moglie prediletta di Selim II Sultano dei Turchi,e madre di Amurat III.


La Famiglia Baffo si estinse nell’ultimo quarto del XVIII secolo con Giorgio Baffo,(1694-1768) Veneziano – poeta Lubrico e vernacolare.
E’ mia personale ipotesi che il “nostro” Baffo (quasi sicuramente sacerdote dato il suo incarico prelatizio, anche per la dimostrata conoscenza Latina formale-stilistica della scritta in “Latino Celebrativo” nell’epigrafe, sia, con molta probabilità, opera sua) e’ mia opinione personale che il Baffo sia stato “assunto all’uffizio“ a Venezia dal Piccolomini, quale suo segretario e amanuense personale al Concilio di Trento,e che una volta concluso il Concilio il nostro per la valenza dimostrata al servizio del Presule ,su invito di questi abbia seguito il Vescovo a Pienza, quindi incardinato nel Clero Pientino. A Pienza edifica la sua Signorile dimora su di un terreno della Cattedra Vescovile, prospiciente la Città, concessagli dal Piccolomini per benevolenza e a ricompensa dei suoi buoni uffici nel Concilio , e anche per l’affetto filiale dimostrato alla sua persona .
E dunque – infine – la domanda; Perchè, che di poi, tale Villa fu nomata “Beccacervello“?

Tra tutti i dizionari di toponomastica che ho potuto visionare, non risulta il toponimo “Beccacervello” e anche il Repetti lo ignora, quindi avrei ipotizzato una mia personale formulazione per spiegare circostanze e fatti di questo curioso appellativo:

*Nel “Dizionario delle Origini” edito a Milano nel 1831 ho trovato:
”si disse “Beccarsi il Cervello“ per fantasticare e darsi a intendere quello che non può essere, il Varchi notò che si “Beccava il Cervello “uno che faceva i “Castellucci in Aria”, e il Fiorenzuola, accennò a una Padrona che si “Beccava il Cervello” il per chiamare persone che non volevano venire, e infine il Berni cita il detto “C’e chi si Becca il Cervello, in modo, chi in altro”.
Infine di poi ho cercato nei modi di dire è ho trovato: ” Beccarsi il Cervello; “riuscire nell’intento con guadagno, ma anche ammalarsi (di Cervello)”.
Il “Vocabolario Fiorentino e dei modi di dire Toscani”; “Beccare“prendersi una malattia, ammalarsi.
In conclusione, visto che oramai l‘ho fatta troppo lunga, sarei arrivato alla determinazione di concludere, che il toponimo di “Beccacervello” fu il nome surrogato dalla Villa proprio da Don Simeone Baffo, dopo la sua dipartita al Padre Eterno, e così chiamata di poi dal popolo pientino “ad memori” per detto Monsignore, e ribattezzata dai pientini antichi con il soprannome personale del proprietario, don Baffo, il così detto e conosciuto da tutti al tempo; ”il Beccacervello”, cioè di un pignolo e prolisso “rompicoglioni” che crea complicanze per carattere dei modi di agire e senza determinazione alcuna. (A Pienza ne sopravvivono a tutt’oggi alcuni noti esemplari).
Un‘ultima nota: il Barbacci scrisse circa le varie cose di Pienza che: ”…a poca distanza fuori dalla Porta al Prato eravi un tempo una Cappelletta dedicata alla Madonna del Rosario, ad oggi scomparsa e non più esistente (…) , e’ una mia ipotesi che tale Cappella della Madonna del S.S. Rosario si riconoscesse ,in ragione delle motivazione che sotto espongo, proprio nella cappella privata della villa di Mons.Baffo, (oggi e’leggibile la porta in parte tamponata e residuata con la finestra dello studio di pittura dei Paolucci, che si affaccia proprio a fronte sul giardino del “monumento“), questa solenne Celebrazione, al tempo, novella devozione, per l’accolto “Voto di Grazia“ al Pontefice Romano, e quindi istituito e canonizzato da Pio V, che ogni ”Mezzodì ed in Eterno” fosse intesa per ricordanza di Grazia con il solenne suono “a doppio disteso” di tutte le campane della Cristianità per la Grazia ottenuta dalla “Vergine Maria“ nella vittoria Cristiana di Lepanto sugli “infedeli” Turchi, avvenuta quattro anni prima alla costruzione della “Villa”, il 7 ottobre del 1571.
Ancor oggi l’antica canonica disposizione Pontificia viene solennizzata in tutta la Cristianità, a memoria della Grazia Ricevuta a Lepanto dalla Madonna del Rosario, le campane di tutte le Chiese suonano “al doppio”, ogni Mezzodì, di ogni giorno e per tutti i giorni che saranno.
Eccovi esposte –  e gradite spero – queste mie divagazioni circa una misteriosa scritta, uno strano nome  e un prete. […]

SQUALI NELLE CRETE

di Umberto e Giulio Bindi

Dai fondali pliocenici del mare toscano riemergono resti fossili di antiche balene, delfini e squali; non è difficile imbattersi in piccoli reperti che raccontano la storia di una terra antichissima.

L’ANTICO MARE RIEMERSO

Il ritrovamento fortuito di un dente di squalo fossile nelle crete valdorciane è l’occasione per riprendere l’argomento dell’articolo pubblicato nel numero 2 della nostra rivista CANONICA (2012); l’articolo, dal titolo “Il delfino fossile di Lucciola Bella”, raccontava lo straordinario ritrovamento di alcune significative parti dello scheletro di un delfino vissuto durante il periodo Pliocenico, nelle argille di Lucciola Bella, a pochi chilometri da Pienza.

 Sappiamo con certezza che durante l’era geologica denominata Pliocene (tra i 2,5 e i 5,3 milioni di anni fa) una buona parte della Toscana era sommersa da un mare tropicale e che le terre emerse erano costituite da alcune isole sparse in corrispondenza delle vette del fondale sottostante.  In quel periodo sui fondali si formarono le argille che oggi costituiscono una buona parte delle terre emerse e che sono costituite anche dai resti fossili della fauna marina allora esistente.

Il Delfino Etrusco ritrovato nel 2003 dal GAMPS (Gruppo “Avis” di Mineralogia e Paleontologia di Scandicci)  costituisce un esemplare molto importante ed è stato oggetto di studi, catalogazioni ed esposizioni, per essere oggi conservato presso il  Museo Geopaleontologico GAMPS di Scandicci (FI). Per i non addetti ai lavori non è difficile trovare altri resti minori tra cui resistentissimi denti di squalo; dopo forti temporali non è raro imbattersi in esemplare dilavati dalle acque e liberati dai depositi antichi di milioni di anni.

I ritrovamenti dell’estate 2017 da noi effettuati sono avvenuti in una piccola parete di argilla lungo la strada che dalla Pieve di Corsignano porta ai poderi Morgiaglie e Podernuovo; eravamo alla giocosa  “ricerca di ossa di dinosauro”, con tanto di piccozze, scalpelli e spazzole d’ordinanza e ci eravamo cimentati da circa mezz’ora nella raccolta di conchigliette fossili e qualche pezzo di minerale. Dagli strati di cui è composta l’argilla emergevano piccoli esemplari di conchiglie e la nostra “forza d’urto” scalfiva appena la superficie dei depositi pliocenici, per cui iniziammo a guardarci intorno perché l’azione dilavante delle acque piovane avevano portato in superficie vari elementi; ad un tratto, un piccolo bagliore aveva attirato la mia attenzione e, avvicinatomi al suolo, ho notato distintamente un pezzo grigio dalla forma piuttosto regolare. Non lo stavo cercando ma avevo già visto in qualche documentario quella forma triangolare e non ci ho messo molto a realizzare che si trattava di un dente di squalo. Ho raccolto l’esemplare scalzando la piccola zolla di argilla che lo sosteneva e l’ho mostrato a Giulio, cercando di spiegargli come fosse possibile tale ritrovamento; resti di pesci in mezzo alla terra!? Non vi dico la sorpresa di un bambino di sei anni che sente dire che avevamo in mano un dente del pericoloso predatore marino.

IL DENTE n. 1

Si tratta di un dente superiore dalla forma triangolare, che lo squalo utilizza per tranciare la preda, dopo averla afferrata con i denti inferiori, solitamente più aguzzi e aghiformi. A differenza di quelli umani, i denti dello squalo non sono fissi nella cartilagine della mascella ma sono ancorati al derma tramite fibre connettivali. Nella sua vita un esemplare può arrivare a cambiare anche 20.000 denti.

Le dimensioni del ritrovamento sono piuttosto modeste; misura infatti 14 mm di larghezza e 15 di altezza; la fascia alla base della struttura (radice), leggermente arcuata, misura 3 mm. Il rivestimento esterno è costituito da smalto a protezione della dentina sottostante. Le sue condizioni sono perfette; la superficie è lucida e priva di escoriazioni o scalfiture ed è tutt’ora estremamente affilato.

IL DENTE N. 2

L’appetito vien mangiando così qualche settimana dopo siamo tornati con Giulio e la mamma nella piccola parete argillosa e siamo stati di nuovo fortunati; dopo qualche decina di minuti di ricerca un altro dente, del tutto simile al primo ma più piccolo e di colorazione nocciola, è apparso nella superficie arida e asciutta della creta. Lo abbiamo raccolto lasciandolo nella piccola zolla di argilla che lo ha conservato per tantissimi anni e ne pubblichiamo qui sotto l’immagine.

Al termine di questo piccolo contributo voglio segnalare alcune ricerche e articoli sull’argomento, primo tra tutti il già citato lavoro pubblicato sul n. 2 della rivista CANONICA, scaricabile al  seguente link. Interessante, per i bambini, il lavoro pubblicato nel sito del Politecnico di Milano dal titolo “Quando in Val d’Orcia c’era il mare … ed a Lucciola Bella gli squali mangiavano i delfini (cliccare sul titolo per raggiungere il sito). Infine l’interessante video di Simone Casati, membro del GAMPS, visibile su Youtube

IL TITOLO UFFICIALE PER LA “CITTA’ DI PIENZA”

Dopo la definizione dello Stemma Araldico avvenuta nel 2004 (1), l’Amministrazione Pientina ha voluto ufficializzare anche il titolo di CITTA’, già di fatto acquisito grazie alla nomina di sede diocesana del 13 agosto 1462  ad opera di Pio II (2) ma mai formalmente definito dalla Presidenza della Repubblica (3).  Così, martedi 18 luglio 2017, il Prefetto di Siena consegnerà al Sindaco il decreto che conferisce il titolo legale di Città a Pienza.

Il logo ufficiale della città, adottato dal 2004. Il Leone è lo stesso che appare nell’affresco Quattrocentesco della Sala Consiliare. Realizzato da Rosa Maria Trentadue e Umberto Bindi è stato ufficializzato dal Consiglio Comunale nella seduta del 30 gennaio dello stesso anno 2004. Segui il link per il testo integrale della pubblicazione.

 


(1) La definizione dello stemma araldico  fu ufficializzata dal Consiglio Comunale del 30 gennaio 2004  e pubblicato, insieme al nuovo Statuto Comunale, in un volume edito nello stesso anno. Si legge nell’introduzione del Sindaco Marco Del Ciondolo: “Oltre al testo integrale dello Statuto, il volume contiene  una ricerca storica sullo stemma araldico che ne riscontra la presenza nei documenti e nelle rappresentazioni del passato; numerose sono state, nel corso dei secoli, le versioni utilizzate dall’Amministrazione Pubblica pientina, con varianti che talvolta differivano notevolmente tra loro. Allo studio è seguita la definizione ufficiale, di cui è in corso il riconoscimento di legge da parte dell’Ufficio Onorificenze e Araldica della Presidenza del Consiglio dei Ministri e con l’introduzione nello Statuto della descrizione di stemma e gonfalone. Il nuovo disegno adottato prende spunto dalla raffigurazione che compare nell’affresco quattrocentesco presente nella Sala del Consiglio. Nella terza parte della pubblicazione le norme tecniche per l’utilizzo dello stemma costituiscono il manuale di riferimento per chi, all’interno e all’esterno dell’Amministrazione, si troverà a impiegarle, creando i presupposti per un uso conforme nel tempo”.

(2) Ecco come nei Commentari di Enea Silvio Piccolomini – Papa Pio II° – si ricorda il primo riconoscimento che il suo più illustre cittadino ebbe a concedere: “ Il borgo di Corsignano diventa città e prende il nome dal Pontefice e suo novello fondatore; è ornata di uno splendido duomo ed innalzata a sede di un nuovo episcopato. In questo medesimo tempo Pio propose nel Senato di promuovere il suo borgo nativo al rango di città: la proposta fu approvata con il generale consenso e la nuova città fu chiamata Pienza invece di Corsignano” – ( Commentarii Libro VIII cap. V)

(3) La qualifica di CITTA’ viene decretata dal Presidente della Repubblica  su proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, sulla base delle norme legali, da ultimo disciplinate dal Dlgs n. 267 del 2000 e da vari decreti. Per approfondimenti vedi regio decreto 7 giugno 1943, n. 652 aggiornato con Dpcm del 28 gennaio 2011.

UN PAESE MERAVIGLIOSO

Pubblichiamo il servizio su Pienza e Monticchiello andato in onda il 3 luglio 2017 su SKY ARTE HD .

Il video fa parte delle puntate dal titolo “Sei in un Paese meraviglioso”, campagna promozionale del territorio di AUTOSTRADE PER L’ITALIA. Accanto al taglio “goliardico” conferito al servizio dalla presenza di DARIO VERGASSOLA, il racconto del critico d’arte ROGGERO ROGGERI rappresenta una occasione per avvicinarsi alla storia della Città di Pio II, così come l’intervista ad Andrea Cresti introduce al Teatro Povero di Monticchiello.

Infine le riprese effettuate grazie ad un “drone” costituiscono un punto di vista inedito sulla cittadina.

Il video dura circa 25 minuti e contiene alcune simpatiche foto d’epoca in cui è stato inserito Vergassola; nella testata di questo articolo, Alberto Sordi e Leone Piccioni in visita a Pienza con alcuni pientini e l’intruso.

 

 

GOOGLE ARTS & CULTURE – PIENZA IN PRIMO PIANO

Ancora una presenza della Città Ideale di Pio II tra le eccellenze italiane nel mondo; il progetto Google Arts & Culture realizzato in collaborazione con l’Unesco e il Ministero dei Beni Culturali, vede Pienza tra le città in copertina della prestigiosa sezione IL GRAN TOUR D’ITALIA ed in particolare la sua presenza nella capitolo intitolato “Con lo sguardo dei visionari: dalla scoperta dell’universo allo studio del livello dei mari: come alcune delle più interessanti innovazioni Italiane hanno rivoluzionato il mondo moderno”.

La copertina del sito internet del grande progetto di divulgazione culturale ideato da Google propone le eccellenze italiane ed include la realizzazione di Pienza tra le otto “visioni” italiane che hanno cambiato il mondo; il progetto architettonico, urbano e umanistico di Papa Piccolomini accanto a Venezia, Roma, Palermo e Siena con altrettante eccellenze ed innovazioni che hanno rappresentato un primato italiano nella storia dell’umanità. Un sito in evoluzione il cui lancio ci vede presenti e protagonisti.

Con lo sguardo dei visionari

Dalla scoperta dell’universo allo studio del livello dei mari: come alcune delle più interessanti innovazioni Italiane hanno rivoluzionato il mondo moderno

In copertina, tra i banner che si alternano, anche la chiesa di Vitaleta, situata nel Comune di San Quirico, a rappresentare la Val d’Orcia. Altro sito patrimonio dell’Unesco al cui territorio appartiene anche Pienza.

UNA RARA FIGURINA PIESCA

DI ALDO LO PRESTI

Ciò che fu detto (ed ancora si dice) per Orvieto, cioè il fatto d’essere «…una città dove innato è il sentimento dell’Arte»,1 si poteva (e si può) certamente dire anche per Pienza. E si è trattato (e si tratta) di  un “sentimento” coltivato in egual modo nelle nostre due carissime piccole patrie raccoglien-do reperti, opere d’arte, libri e manufatti d’ogni genere purché rispondenti alla sentita necessità di studiare (divertendosi) la propria storia (locale), trasformando molto spesso quest’attitudine virtuosamente erudita (quando non addirittura scientifica) in accanita attività collezionistica.

Ed a questo proposito, si potrà notare che non solo le “aste” più rinomate sono in grado di riportare alla luce collezioni private a specchio della memoria dei personaggi che le hanno (faticosamente) raccolte,2 visto che moltissime altre collezioni (forse meno chic ma egualmente attraenti) vengono disperse (per le più svariate ragioni) nei mercatini d’antiquariato sparsi ovunque nelle nostre regioni e nel sempre più scintillante mondo delle vendite on-line, facendoci intravvedere moltissime altre biografie accattivanti, sebbene anonime (o quasi).

E proprio scartabellando cataloghi, rovistando di qui e di la, cercando furiosamente in rete qualche curiosità capace di alimentare la nostra (insaziabile) curiosità, ci siamo imbattuti in una raffigurazione di un “luogo” piesco. Più precisamente si tratta di una figurina edita nel 1926 in Belgio, Italia e Germania dalla celebre ditta Liebig che faceva parte della serie n. 1184 dedicata ai Tesori architettonici del Lazio.3 Tale figurina illustra la fortezza edificata per volere di Pio II a Tivoli. Si ricorda che per le figurine «…esiste una data di nascita inequivocabile: il 1872, l’anno in cui un chimico tedesco, il barone Justus von Liebig, fondatore della società che porta tutt’ora il suo nome e che opera in campo alimentare, per cercare di stimolare le vendite del suo ‘estratto di carne’ decise di dare in omaggio delle figurine stampate in cromolitografia a chi acquistava un certo quantitativo dei suoi prodotti».4 E quella della Liebig è senza dubbio alcuno la collezione di figurine più famosa al mondo, distinguendosi da moltissime altre raccolte che gli fecero il “verso” (vedi ad esempio quelle prodotte dalla ditta Talmone)  per la qualità della stampa, come detto, in cromolitografia anche a 12 colori, la precisione dell’immagine (opera di artisti di buon livello che stamparono soprattutto per le note case litografiche Testu ed Massin, D. Hutinet, Champenoix e Klingenber)5 e la caratteristica di comporre per ogni “serie” di figurine non più di sei immagini (salvo rarissime eccezioni di qualche multiplo) corredate da una “spiegazione” precisa e, per quanto reso possibile dal poco spazio a disposizione, esauriente.

Una precisione didascalica che ha contribuito non poco alla fama delle Liebig nei vari paesi europei dove furono prodotte e distribuite gratuitamente e comunemente usate anche nelle scuole come sussidio didattico.6 La prima serie italiana è la n. 65 del celebre catalogo Sanguinetti, «…il più autorevole in materia, preparato dagli stessi Sanguinetti che sono i maggiori commercianti italiani di queste figurine giustamente definite d’antiquariato».7

La funzione “didattica” delle Liebig è testimoniata, ad esempio, da Alberto Pempinelli, tra i più agguerriti collezionisti di queste figurine, che ricorda quando, per coinvolgere i suoi quarantadue alunni, non bastando evidentemente i soli due libri di testo in uso negli anni Trenta, il sussidiario e l’antologia, il suo maestro a Torino «…tirava fuori l’Album delle figurine Liebig […] colorate, ben disegnate, essenziali, mai banali, riscuotendo un grande successo», assolvendo pienamente al loro compito di supporto alle lezioni.8

Il bel gioco Liebig, contrariamente a quanto accade di solito, non durò poco, anzi, la lunghissima storia delle Liebig finisce infatti nel 1972 dopo la stampa di oltre 11.000 tipi di figurine diverse,9 giungendo all’ultima serie, la 1866, dedicata al “Mondo animale”10 pubblicata nel 1972, con una coda nel 1978, anno in cui, «…il noto settimanale “Amica” fece fare delle ristampe da dare in omaggio ai propri lettori, ma i risultati ottenuti con le tecniche moderne non riuscirono ad eguagliare la qualità e la perfezione ottenute con le pazienti mani dell’uomo e le figurine ristampate sfigurarono al confronto delle figurine Liebig originali».11

Da notare, infine, nella rara figurina piesca, il tipico vasetto bianco in ceramica raffigurato in alto a destra con l’etichetta reclame recante la firma in facsimile in blu di Justus von Liebig, vasetti che scompariranno a partire dalle serie prodotte nel 1930.


NOTE:
1  Faina Eugenio, Discorso del Presidente del Comizio Agrario pronunciato nel Salone del Palazzo del Popolo il 21 giugno 1891, in Mostra Agraria e Concorsi Agricoli Industriali, Tipo-Litografia M. Marsili, Orvieto, 1891, p. 18.

2  Aspesi Natalia, Cigni d’oro e velluti. L’asta chic è un affare, in La Repubblica, lunedì 20 marzo 2017, p. 24.

3  Sanguinetti Orlando, Sanguinetti Oscar (a cura di), Catalogo illustrato specializzato delle Figurine e Menù “Liebig”. Arti Grafiche Colombo, Cusano M., 1989, p. 242.

4  Idem.

5 Sanguinetti Oscar, Sanguinetti Orlando, Storia delle figurine pubblicitarie, in www.filateliasanguinetti.it

6 Coradeschi Sergio, Figurine da collezione, in Collezionismo italiano, Coged-Distribuzione Rizzoli Editore, Milano, s.d. [ma 1970], n. 24, p. 758.

7 Ivi, p. 761.

8 Pempinelli Alberto, Testimonianze riciclate della collezione Liebig (1904-1937), in Charta, a. XI, n. 57, marzo/aprile 2002, p. 60.

9 Sanguinetti Oscar, Sanguinetti Orlando, Storia delle figurine pubblicitarie.., op. cit.

10 Coradeschi Sergio, Le favolose figurine Liebig, in Collezionismo italiano.., op. cit.,, p. 761.

11 Sanguinetti Oscar, Sanguinetti Orlando, Storia delle figurine pubblicitarie.., op. cit.

SBARLUZZI: UNA STORIA DI AMICIZIA

Pubblichiamo il libretto edito da Polistampa a Novembre del 2016 che narra una “micro-storia” di quelle che danno però il senso alla vita professionale e alla storia personale di un artista come Piero Sbarluzzi.

L’anno di Sbarluzzi si è concluso in crescendo, con una mostra personale di opere a tema religioso (Chiesa di San Francesco, 6 agosto – 2 novembre 2016) e con l’esposizione delle sue sculture più belle nel contesto della cantina Forte, presso il Podere Petrucci (Castiglione d’Orcia). Due eventi che hanno dato il giusto spazio al tenace artista pientino che si è guadagnato negli anni una meritata notorietà.

Alleghiamo il piccolo e_book in formato PDF, curato da Nino Petreni, amico e affezionato “cultore” di Sbarluzzi, dove sono pubblicati alcuni inediti acquarelli che illustrano la micro-storia di amicizia e di condivisione artistica tra Piero, Don Flori e Don Coltellini e che costituisce una ulteriore occasione per conoscere Piero ed il suo mondo pientino.

Testo storia-di-un-viaggio-in-vespa.pdf

 





PARACARRI PIENTINI

I “paracarri” di Pienza
di Aldo Lo Presti

Interessarsi dei cosiddetti “paracarri” o “scansaruote”, veri e propri “strappi del passato” (per usare le parole di Gadda) e già utilizzati a Pompei per delimitare le vie pedonali, trova una doppia ragione nel loro essere “…parte del paesaggio urbano e allo stesso tempo testimonianza di cultura materiale”.[1]

Manufatti che però, alla stregua di ogni altro dettaglio paesaggistico urbano (come le diverse tipologie degli ormai del tutto inutili “nettascarpe”) la cui efficacia s’è ormai degradata, rischiano una non certo auspicabile invisibilità se non addirittura un’oggettiva distruzione a causa della loro “sommersione” per via di progressive asfaltature delle strade o dei cortili interni degli edifici.[2]

Si ricorda, a tale proposito, che i “paracarri” altro non sono se non quelle colonnette o piccole piramidi sistemati presso gli spigoli dei portoni per salvaguardarne l’integrità che veniva messa a repentaglio dai mozzi delle ruote dei carri che vi transitavano.

Tali “paracarri” erano fabbricati generalmente in pietra (oppure frutto di spoliazione e riutilizzo di antichi reperti romani, come nel caso di Venafro o Brindisi) ma anche in ferro o in ghisa, come quelli decorati con foglie d’acanto stilizzate[3] che sopravvivono presso l’ingresso di “servizio” del palazzo Piccolomini a Pienza.

La durezza e solidità del materiale dei “dissuasori” pientini, ha impedito la formazione dei tipici solchi causati dalle ruote dei carretti che vi urtavano ogni giorno (come non ha tralasciato di segnalare Proust nella Recherche); si tratta di una tipologia riferibile alla seconda metà del XIX sec., la stessa che si rintraccia, ad esempio, sia in via del Seminario a Roma,[4] e più precisamente all’altezza del numero civico 87, sia ad Orvieto a far da guardia al portone laterale del palazzo Gualterio di C.so Cavour.

La coppia di “paracarri” orvietani, esempio residuale di decoro cittadino modellato in fusione, e gli analoghi “gemelli” pientini, sono gli ultimi manufatti esistenti in metallo, muti e silenziosi testimoni di un’epoca di “buone maniere” (volenti o nolenti) quasi del tutto fuori moda.

E si scrive “quasi” per un estremo sussulto di ottimismo.

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[1] Colanzigari Olga, Guidi Alessandro, Archeologia del nettascarpe. La cultura sotto i piedi, in Atti del quarto convegno di Etnoarcheologia, Roma, 17-19 maggio 2006, Archaeoress Publischers of British Archaeologicl Reports, Oxford, p. 17.

[2]  Maroni Lumbroso Matizia, L’età del cavallo. Ricerche 1969-1976. Fondazione Marco Besso, Roma, 1977, pp. 9, 11, 12.

[3] «È a tutti noto il racconto che fa Vitruvio circa l’origine del capitello corinzio, attribuendone l’invenzione all’orafo Callimaco, che volle in un capitello imitare un cespo di acanto fiorito intorno ad un paniere […] L'abuso fatto in tutte le età, in Italia e fuori, della foglia d'acanto è dovuto non solo alla bellezza della pianta, ma soprattutto alla sua natura flessuosa, per cui può facilmente prestarsi, senza subire variazioni disarmoniche, alle decorazioni più varie». Vedi: http://www.treccani.it/enciclopedia/acanto.

[4] Maroni Lumbroso Matizia, L’età del cavallo…, op. cit., pp. 9, 11, 12.